Cultura

Il visconte dimezzato: un uomo incompleto in un mondo di responsabilità e fuochi fatui

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Di Beatrice Laurenzi

La prima edizione del Visconte dimezzato uscì presso l’editore Einaudi di Torino nel febbraio del 1952, nella collana I gettoni diretta da Elio Vittorini.

La storia si svolge all’epoca delle guerre contro i Turchi nell’Europa centrale ed è narrata da un ragazzino rimasto orfano e cresciuto alla corte dello zio, il visconte Medardo di Terralba. Durante una battaglia in Boemia Medardo viene centrato in pieno da una palla di cannone; riesce a guarire miracolosamente dalle ferite, ma si ritrova diviso a metà. Torna nel suo feudo e comincia a comportarsi con sorprendente crudeltà. Un giorno compare però la metà buona del visconte, che cerca di rimediare alle malefatte dell’altra, rivelandosi tuttavia altrettanto insopportabile. A risolvere l’intrigo provvede la rivalità amorosa: le due metà del visconte si contendono in duello i favori di Pamela, e battendosi all’ultimo sangue si riaprono vicendevolmente le cicatrici della fenditura. Interviene prontamente il dottor Trelawney, che benda strette insieme le due metà: quando guarisce Medardo è di nuovo un uomo intero.

«Il racconto, suddiviso in dieci agili capitoli, ciascuno dei quali circoscrive un episodio preciso dell’intreccio, ha il piglio brioso e le cadenze lievemente meccaniche di uno spettacolo di burattini, ma è assai più complesso di quanto non paia d’acchito» ha commentato Mario Barenghi. Lo stesso autore infatti in una lettera scrive: «A me importava il problema dell’uomo contemporaneo (dell’intellettuale, per esser più precisi) dimezzato, cioè incompleto, “alienato”. Se ho scelto di dimezzare il mio personaggio secondo la linea di frattura “bene-male”, l’ho fatto perché ciò mi permetteva una maggiore evidenza d’immagini contrapposte, e si legava a una tradizione letteraria già classica (p. es. Stevenson), cosicché potevo giocarci senza preoccupazioni.». Nelle icastiche opposizioni tuttavia si annidano principi di ambivalenza o reversibilità: un indizio consiste nel capovolgimento di certi luoghi comuni, quali l’identificazione del positivo con il colore bianco e con il lato destro, e del negativo con il colore nero e il lato sinistro; così sono gru e cicogne a cibarsi dei cadaveri dei soldati, non corvi e avvoltoi, e la metà destra di Medardo è quella cattiva mentre la sinistra quella buona. Svariati, inoltre, sono i punti di contatto con Il sentiero dei nidi di ragno: una certa somiglianza fra i caratteri di Pin e del nipote di Medardo; lo sfondo della guerra, con il suo corredo di distruzioni; il sistema dei personaggi, costruito per coppie oppositive; l’orditura narrativa, che intreccia fili realistici e fili fiabeschi.

Il Visconte ha un doppio finale. Il primo, che riguarda Medardo, smaschera la convenzionalità dell’ happy end: egli vivrà a lungo, avrà molti figli, governerà con saggezza, ma tutto ciò non segna l’inizio di un’epoca di felicità meravigliosa («non basta un visconte completo perché diventi completo tutto il mondo»). Il secondo riguarda il giovanissimo narratore, il quale perde il suo migliore amico: così la fantasia si dissolve, il ragazzo che sta crescendo si ritrova solo «in questo nostro mondo pieno di responsabilità e fuochi fatui».

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