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Il barone rampante. Un arboricolo tra epica e fiaba

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di Beatrice Laurenzi

Uscito in prima edizione presso l’editore Einaudi nel giugno del 1957, Il barone rampante è la storia della vita di Cosimo Piovasco di Rondò da quando, a dodici anni, decide di salire sugli alberi a seguito di uno screzio familiare. Da quel momento, non ne scenderà mai più. La storia segue quindi le vicende di Cosimo: dalle prime evidenti difficoltà a vivere sui rami agli ingegnosi adattamenti; dall’incontro con Viola bambina, l’amore della sua vita, alle avventure adolescenziali con donne del popolo; dalla giovinezza fatta di intense letture e incontri straordinari fino alla maturità, alla malattia e alla morte. Tutto vissuto rigorosamente ad un’adeguata distanza dal terreno. Scrive Cesare Cases che «si sapeva che Calvino ha caro quello che Nietzsche chiamava il “pathos della distanza”», che è sì segno d’elezione, ma anche incapacità di adattarsi alla realtà immediata e alla comunità degli uomini. Col Barone rampante ha trovato la soluzione: ha insediato il suo eroe sulle piante, a una distanza tale da poter essere in rapporto con gli uomini e giovare loro, senza essere però offeso dalla sana ma un po’ maleodorante natura del popolo e da quella arida e crudele dei suoi nobili familiari. Questa “distanza” del protagonista è possibile anche grazie all’ambientazione: «Ai tempi miei di luoghi così fitti di alberi c’era solo il golfo d’Ombrosa da un capo all’altro e la sua valle fin sulle creste dei monti; e per questo i nostri posti erano nominati dappertutto». Un paese immaginario, Ombrosa, che ad uno sguardo più attento appare chiaro si trovi nella Riviera ligure, luogo particolarmente caro allo scrittore. Ma tutto questo paesaggio geografico e ideale appartiene al passato: dal dopoguerra la Riviera è diventata irriconoscibile per il modo caotico con cui si è riempita di caseggiati urbani, come lo stesso Calvino ha ben mostrato ne La speculazione edilizia. Partendo da un mondo che non esiste più dunque, l’autore regredisce a un mondo mai esistito ma che contenga i nuclei di ciò che avrebbe potuto essere. Il libro è inoltre ambientato nel Settecento. «L’arboricolo poteva prosperare particolarmente bene al tempo della cultura cosmopolitica dei lumi, al tempo del mito dello stato di natura e del buon selvaggio, del barone di Lahontan e del viaggio di Bougainville» scrive sempre Cases. Il fatto di svolgersi nel diciottesimo secolo dapprincipio fornisce solo uno scenario di maniera, ma poi l’autore finisce per tuffarsi nel mondo che ha evocato, e il libro tende a tratti ad assomigliare a uno scritto nel Settecento (a quel particolare genere che fu il racconto filosofico), e a tratti a diventare un libro sul Settecento, un romanzo storico in cui attorno al protagonista si muove la cultura dell’epoca. Racconto filosofico però non è. E neppure romanzo storico. Si potrebbe far rientrare nella fiaba o nei romanzi d’avventura per ragazzi, dal momento che appare chiaro che dietro al divertimento letterario si senta il ricordo, anzi la nostalgia, delle letture della fanciullezza, brulicanti di personaggi e casi paradossali. Tuttavia qui la prova è qualcosa d’assurdo e d’incredibile e non c’è più quella immedesimazione nella vicenda che è la prima regola dei libri d’avventura. È dubbio che si tratti puramente e semplicemente di un romanzo, poiché non c’è un nodo fondamentale che metta alla prova il carattere dei personaggi: Cosimo non evolve mai, la sua essenza rimane tale e quale, ma la sue essenza essendo il movimento, la varietà deriverà dai diversi modi in cui questa straordinaria essenza si ribadisce e si verifica. Anche Viola non è in fondo che l’immagine femminilmente esasperata di lui stesso: la donna arborea per l’uomo arboreo. «Mentre lo scrittore di romanzi accetta sempre come dato certo problematico, ma ineliminabile, la disarmonia tra individuo e società, tra uomo e mondo, Calvino, poeta epico sperdutosi in tempi avversi all’epos, non vi si rassegna e aspira a priori (e non come risultato di un lungo processo) a un’integrazione totale.» precisa Cases, «Il modo calviniano di affrontare la “crisi del romanzo”, anziché essere il ripiegamento sugli sconnessi balbettamenti “neorealistici”, è stato la ricerca di una salda scrittura epico-lirica che gli permettesse di esprimere questa intrinseca unità tra individuo e cosmo». Ma ciò non autorizza in nessun modo a collocarlo nel novero degli antirealisti: lungi dall’evadere al di fuori della realtà del suo tempo, Calvino vi aveva ben fermi i piedi quando si slanciava sul grande elce di Ombrosa

In questo libro comunque lo scrittore ci dice molte cose come fossero tutte essenziali, ma alla fine di essenziale resta solo l’immagine che egli ci ha proposto: l’uomo che vive sugli alberi.

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