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Recensione Una spia in esilio

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Una spia in esilio 
Alan Bennett
Traduzione di Davide Tortorella
Due commedie spionistiche (1983 e 1988)
Adelphi Milano
2025 (orig. 1989, Single Spies; prefazione 1994 e 1997)
Pag. 130 euro 13

1958, Mosca, e fine anni Sessanta, Londra. Nel 1958 Guy Burgess, comunista britannico divenuto per molti anni “spia” e dal 1951 riparato ormai “in esilio” nella capitale sovietica (da cui il titolo), riceve la visita della bella attrice australiana Coral Browne, alta ed elegante, in pelliccia. Si erano visti un attimo (imbarazzante) al Teatro d’Arte di Mosca, lei impegnata nell’Amleto; lui era sbronzo e aveva dato di stomaco nel camerino accanto del collega Michael Redgrave; poi le aveva chiesto di andare a trovarlo, portando “un metro a nastro”. L’imperturbabile vanesio Burgess racconta (al pubblico) che dal cinquantasei la loro fuga all’est è stata svelata alla stampa mondiale e, condividendo uno scotch, chiede a Browne di prendergli le misure, per fargli realizzare da un sarto nelle terre natie a Londra alcuni abiti nuovi, compresi cravatta cappello scarpe (indossa vestiti rammendati). Si può fare, conversano amabilmente, lei è sulla cresta dell’onda (1913-1991), lui morirà d’infarto nel 1963. Compare anche Tolja, il giovane russo amante dell’ormai scalcinata spia 46enne, parlano nella “loro” lingua. Poi la scena si sposta dal sarto, il commesso definisce Burgess “traditore”, lei comunque gli manda via via i pacchi, rimane un Englishman altrove. Circa dieci anni dopo, il grande storico dell’arte Anthony Blunt, altra celebre spia dei cinque di Cambridge, si trova nel suo studio di direttore del Courtauld Institute e, guardando diapositive, ragiona prima con un restauratore su alcuni dipinti del sedicesimo secolo e poi con Chubb, inviato dai servizi investigativi (gli hanno garantito l’immunità) per individuare (dalle foto proiettate) eventuali iscritti al Partito comunista inglese, ha già dato alcuni nomi ma non i nomi dietro i nomi. La scena si sposta in un corridoio di Buckingham Palace, Blunt vuole risolvere un problema di attribuzione fra quei quadri (da cui il titolo), compaiono anche il valletto Colin e Sua Maestà la Regina, Le chiede di autorizzare la verifica altrove. Perché no?

Il grandissimo scrittore e drammaturgo britannico Alan Bennett (Leeds, 1934) presenta qui due brevi ironiche commedie sulle più famose spie nazionali storicamente determinate (plays trasmesse separatamente in radio a distanza di cinque anni e poi presentate in un unico spettacolo a teatro), “Una spia in esilio” e “Un problema di attribuzione” (con le quattro immagini relative). Il Partito Comunista di Gran Bretagna era stato fondato nel 1920; alla fine degli anni Venti e all’inizio dei Trenta cinque brillanti studenti di Cambridge divennero comunisti e intrapresero poi un variegato ruolo di informatori segreti per l’Unione Sovietica nel Regno Unito e in occidente. Quattro di loro erano omosessuali (come Bennett), non Kim Philby (Stanley) che arrivò nell’ottobre 1929 e subito fece conoscenza con Anthony Blunt (Johnson), giunto pochi mesi prima con una borsa di studio in matematica. Una borsa di studio in storia aveva invece ottenuto al Trinity College nel 1930 Guy Burgess (Hicks), figlio di un ufficiale della marina britannica, forse lo studente migliore di quella generazione, che riuscì a coinvolgere anche Donald Maclean (Homer), figlio di un ricco baronetto e successivamente influente diplomatico dall’agosto 1935. Il cosiddetto “quinto uomo” è John Cairncross (Liszt), di origini modeste, già comunista convinto prima di entrare nel college, laureato anche lui con lode nel 1936 e poi diplomatico. Terminati gli studi i cinque (Ring of Five), pur prendendo strade diverse, fecero carriera e continuarono a sostenere gli ideali dell’adolescenza, entrando proprio nei servizi segreti sovietici (KGB) e garantendo notizie riservate ben oltre la fine della Seconda Guerra mondiale. Nel 1944 Kim Philby divenne il capo di una nuova sezione dell’MI5 che aveva addirittura il compito di monitorare le attività di spionaggio dei russi, mentre Maclean era stato nominato primo segretario dell’ambasciata britannica a Washington, e, come Cairncross, si dedicò a “trasferire” più elementi possibili sul “Progetto Manhattan”. Nell’introduzione alle due opere teatrali, a quel tempo pure ben rappresentate in cartellone a Londra e pubblicate congiuntamente (1989), Bennett spiega che ha sempre condiviso la scrupolosa presa di distanza dal patriottismo e che qui i temi di fondo sono W. H. Auden e l’esilio (con il conforto di meditata documentazione), per il tramite dei “pettegolezzi” personalmente raccolti da alcuni dei protagonisti, divenuti “personaggi” anche di un bel film Bbc di John Schlesinger (nel primo testo). Molto alcol, colonna sonora di Jack Buchanan. Conclude causticamente: “il problema del tradimento ai nostri giorni è che se uno vuole sacrificare il proprio paese non c’è più nessuno a cui valga la pena di sacrificarlo. Se ci fosse, i traditori abbonderebbero”.

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