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Il castello dei destini incrociati: un catalogo di visioni medievali e tarocchi

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di Beatrice Laurenzi

Il castello dei destini incrociati fu pubblicato dall’editore Einaudi nell’ottobre del 1973.

Con linguaggio da sogno Italo Calvino esplora il luogo in cui si colloca non una vicenda, né a rigore un racconto, piuttosto una visione tardo-medievale. Il castello è luogo ambiguo, come un mazzo di carte. Al centro del libro di Calvino sta appunto il mazzo dei tarocchi: collocato nel mezzo di una tavola alla quale seggono dame e cavalieri perennemente taciturni, quel mazzo è un catalogo delle vicende possibili, un dizionario criptico del mondo. Ed ecco che uno dei personaggi mette mano alle carte, e con gesto deliberato ne sceglie una, che assume il carattere di araldico autoritratto. A questa giustappone una seconda, e via via altre; e per immagini racconta una storia senza parole. Ed ecco subentrare un altro taciturno, da una di quelle carte facendo nascere una nuova storia che procede in altra direzione.

La storia procede dando origine ad un’altra narrazione, e questa ad altra ancora. E quando alla fine tutti insieme i tarocchi occupano lo spazio della tavola, e tutti i commensali li hanno adibiti alle loro confessioni, il dizionario dei possibili fatali è tutto steso davanti a noi: a seconda dell’itinerario che scegliamo, vi si leggeranno tutte le possibili vite, anche quella del narratore, o quella del lettore.

Calvino spiega che «l’idea di adoperare i tarocchi come una macchina narrativa combinatoria mi è venuta da Paolo Fabbri, che in un “seminario internazionale sulle strutture del racconto” del luglio 1968 a Urbino tenne una relazione su Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Ma non posso dire che il mio lavoro si valga dall’apporto metodologico di queste ricerche. Di esse ho ritenuto soprattutto l’idea che il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa ha nella successione di carte che la precedono e la seguono; partendo da questa idea, mi sono mosso in maniera autonoma, secondo le esigenze interne al mio testo. Mi sono applicato soprattutto a guardare i tarocchi con attenzione, con l’occhio di chi non sa cosa siano, e a trarne suggestioni e associazioni, a interpretarli secondo un’iconologia immaginaria».

Il primo testo che compone il volume, Il castello dei destini incrociati, è stato scritto utilizzando il mazzo di tarocchi miniato da Bonifacio Bembo per i duchi di Milano verso la metà del secolo XV. Il secondo testo, La taverna dei destini incrociati, è costruito con lo stesso metodo mediante il mazzo dei tarocchi L’Ancien Tarot de Marseille della casa B.-P. Grimaud, che riproduce un mazzo stampato nel 1761 da Nicolas Conver, maitre cartier a Marsiglia. È naturale quindi che, accanto al Castello, la Taverna possa avere un senso solo se il linguaggio dei due testi riproduce la differenza degli stili figurativi tra le miniature raffinate del Rinascimento e le rozze incisioni dei tarocchi di Marsiglia. La Taverna infatti non ha lo stesso rigore del Castello.

«La favola di Calvino è un raro diletto per chi inclina all’estasi della struttura e tende, aiutandosi con la droga della sintassi, a quello che, non senza insolenza, si potrebbe chiamare “realismo araldico”» scrive Giorgio Manganelli.

In questo libro, il senso del racconto sta solo nel raccontarlo.

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