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Salone del Gusto e Terra Madre

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Una donna africana nel Mercato Internazionale. Foto: Clio MorichiniSiamo solo all’inizio, non pensate che ci fermiamo qui. Siamo di fronte a una forza irreversibile, che non sta solo nel cuore di Petrini o di Slow Food, ma nel cuore di migliaia di comunità che la alimentano autonomamente.

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Siamo solo all’inizio, non pensate che ci fermiamo qui. Siamo di fronte a una forza irreversibile, che non sta solo nel cuore di Petrini o di Slow Food, ma nel cuore di migliaia di comunità che la alimentano autonomamente. Spetterà solo a noi comprendere che questa rete è uno degli elementi della nuova politica, un sogno che tutti noi possiamo rafforzare. E io penso proprio che ce la faremo perché ci piace, ci divertiamo e ci mettiamo l‘anima”.
Con queste parole Carlo Petrini, fondatore dell’associazione Slow Food, ha salutato la chiusura del Salone del Gusto e Terra Madre, giunto quest’anno alla sua decima edizione. È stato l’anno dell’agricoltura familiare, quella sostenibile, quella che promuove la biodiversità, la qualità, il rispetto per le tradizioni e per le materie prime, l’attenzione per la terra, per i cicli naturali.
Tutto questo e molto di più era presente al Lingotto di Torino dal 23 al 27 ottobre e si percepiva mentre si passeggiava dentro agli immensi padiglioni. Si respirava aria di cambiamento, di entusiasmo, di obbiettivi comuni, di dire a gran voce che si, un mondo, un’agricoltura sostenibile è ancora possibile e anzi, è oramai l’unica soluzione verosimile in un pianeta che sta esaurendo le sue risorse. È stato entusiasmante e appagante fermarsi a parlare con gli agricoltori, allevatori, produttori vinicoli che, all’interno del mercato (anima e cuore pulsante del Salone) appassionati e innamorati delle loro terre, ci hanno raccontato cosa significa l’agricoltura familiare, quanto sia bello avere un rapporto vero, onesto, giusto e pulito con l’ambiente, con la terra con cui lavorano, con gli animali che con amore e dedizione allevano.
Da ora in poi dobbiamo essere molto chiari: prima di tutto ci sono le persone e le comunità, dopo arriva il mercato. Privilegiare il mercato rispetto alle persone e alle comunità è un crimine non più tollerabile. Siete voi che tenete in mano il futuro dell’umanità” ha detto Petrini, nel suo discorso inaugurale. Con queste parole ben impresse nella mente abbiamo girovagato per due giorni in quegli 80.000 metri quadri, rendendoci conto che dietro ogni prodotto alimentare c’è un volto, una storia, una tradizione portata avanti da generazioni. Il cibo non è merce, il cibo è vita e cultura. È convivialità, scambio, comunicazione e passione ed è tutto ciò soprattutto in Italia, paese simbolo del cibo nel mondo e culla della dieta mediterranea, da qualche anno diventata patrimonio immateriale dell’Unesco.
E bellissimo è stato anche vedere persone di tutto il mondo riunite insieme sotto la stessa bandiera, quella dell’agricoltura sostenibile. Al Mercato Internazionale si sono parlate mille lingue che però dicevano tutte la stessa cosa. Visi, sorrisi, profumi, odori. Spezie, tè orientali, ostriche, prosciutti spagnoli, cereali sudamericani, stoffe africane, aringhe svedesi e birre tedesche, dolci austriaci, formaggi francesi e belgi, chutney indiani e salse australiane. Un tripudio di prodotti che loro, i produttori, tengono in vita a scapito della grande industria alimentare che non gli darebbe, invece, nessuna importanza.
Con l’augurio che sempre più gente apra gli occhi e si mobiliti per cambiare il modo in cui viviamo e mangiamo, per un mondo “buono, pulito e giusto”, le tre parole chiave di Slow Food.
Link per approfondimenti: http://www.salonedelgusto.com/it/

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::autore_::di Clio Morichini::/autore_:: ::cck::197::/cck::

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