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L’economia italiana in una morsa senza apparenti vie d’uscita, tra incentivi alla produzione e taglio di redditi e consumi mentre la Germania impunemente persevera nelle violazioni degli aggiustamenti dei cambi.
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In piena campagna elettorale, con il governo impegnato sull’esito referendario del prossimo 4 dicembre, il nostro paese sfodera continuamente dati economici preoccupanti.
Le nuove tendenze deflazionistiche, con un calo dei prezzi ad ottobre dello 0,2%, mostrano che i timidi segnali di ripresa sono testimonianze della fragilità e difficoltà del nostro paese di intraprendere una strada verso un cammino di crescita.
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Tutti i paesi del G7 e i paesi dell’area euro hanno ripreso i livelli di Pil precedenti la crisi del 2008, tranne l’Italia (vedi tabella) che continua a rappresentare il malato cronico d’Europa.
Nell’analizzare le motivazioni del declino, spesso si è fatto ricorso a fattori endogeni, all’eccessiva burocratizzazione dello Stato, alla corruzione, al malfunzionamento della giustizia, tutti argomenti con un fondamento e meritevoli di attenzione, se non considerassimo questi fenomeni presenti anche negli anni precedenti, quando l’Italia rappresentava la settima economia del mondo, un tasso di disoccupazione al 6%, con delle eccellenze nel campo della meccanica e nel settore manifatturiero.
L’esperimento dello SME (serpente monetario europeo), nei primi anni ‘90, con il tentativo di tenere fissi i cambi delle principali monete europee, aveva costretto il nostro paese a uscire dalla morsa eccessiva della rigidità, con l’inevitabile svalutazione ed il riequilibrio dei conti con l’estero, pena il depauperamento delle riserve in valuta estera.
Con l’ingresso nell’euro, e la successiva crisi del 2008, il nostro sistema economico si è avvitato in una spirale di provvedimenti di politica economica che hanno avuto un effetto nefasto: le manovre volte a controllare l’indebitamento con l’estero, attraverso l’incremento della tassazione e il taglio della spesa pubblica, hanno provocato l’esplosione dei crediti inesigibili per le banche, con la successiva crisi dei settori produttivi e dei consumi privati, non sostenuti più dalla spesa pubblica e dai privati cittadini.
La competitività all’interno dell’Unione Europea, in un regime di cambi fissi, è andata a vantaggio della Germania, che in maniera opportunistica ha preventivamente abbattuto il costo unitario del lavoro (vedi tabella), iniziando a fagocitare, in termini di prezzi vantaggiosi, la domanda interna degli altri paesi, senza che i normali aggiustamenti dei cambi pareggiassero gli import e export.
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L’Italia si ritrova così a sottostare a un cambio effettivo reale eccessivo di circa il 20%, impossibilitata a competere ed a recuperare il gap che si è creato nell’ultimo decennio.
La desertificazione industriale che ne è derivata, con un taglio di investimenti di circa il 15%, ha colpito il cuore dell’economia italiana, composta per lo più, di piccole e medie imprese, che contribuivano per circa l’80% dell’occupazione e per il 60% del Pil nazionale.
In un contesto simile, focalizzare l’attenzione sugli assetti istituzionali e sul bicameralismo, appare quantomeno “naive” il tentativo di sviare l’opinione pubblica da problemi ben più seri.
Costretti a gabbie e vincoli esterni dai trattati europei, l’Italia deve scegliere cosa fare: incentivare nuove imprese e nuovi imprenditori a recuperare lo smalto degli anni passati o continuare a tagliare redditi e consumi?
La seconda opzione è già stata dai fatti giudicata deleteria e entrerà nelle fasi buie della storia della repubblica italiana; l’altra opzione ci è preclusa dall’impossibilità del sostegno pubblico, pena procedure di infrazione dalle istituzioni europee.
Sembra essere un rebus di difficile soluzione, con il tempo che gioca a nostro sfavore.
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::autore_::di Gianluca Di Russo::/autore_:: ::cck::1673::/cck::


