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Berlino. 2014. Richard è un filologo classico appena andato in pensione, vedovo e senza figli: che fare?
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Berlino. 2014. Richard è un filologo classico appena andato in pensione, vedovo e senza figli: che fare? Per caso incontra un gruppo di donne e uomini, esuli africani in un campo profughi. Vengono dal Ghana, dal Ciad, dalla Nigeria, erano sbarcati l’anno prima nell’isola siciliana di Lampedusa, dopo molte peripezie. Comincia ad ascoltare, gli sovvengono Omero ed Esiodo, Seneca e Tacito, Ovidio e l’esploratore marocchino del Trecento Ibn Battuta, Shakespeare e Goethe, capisce che chi parla è costretto a una doppia assenza e non ha certo finito di soffrire. Con “Voci del verbo andare” la brava scrittrice Jenny Erpenbeck (Berlino est, 1967) ci consegna un reportage letterario sul misconosciuto diritto di restare e sulla scarsa libertà di migrare, una doppia presenza fra noi.
v.c.
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