Economia

Deglobalizzazione e stati nazionali

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Foto via TaxRebate.org.uk.
La deglobalizzazione e una nuova forma di protezionismo coordinato tra i vari paesi della comunità internazionale rappresenteranno ciò su cui costruire dei nuovi progetti di sviluppo.

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Dall’elezione del neo presidente Trump, la grande parte della stampa internazionale impiega fiumi di inchiostro per denigrare atteggiamenti, dichiarazioni e politiche, denunciando a più riprese l’imminente ritorno a un periodo di oscurantismo per il nostro futuro di società aperta e volta allo sviluppo.
I Leader progressisti liberal si sono attribuiti da sempre meriti di difensori della pace, dei diritti e di mantenimento dell’ordine. Difficile spiegare, se non attraverso epiteti di ignoranza al popolo bue, come un personaggio definito becero e razzista abbia potuto avere la meglio sullo schieramento democratico, appoggiato da tutta la comunità europea. Una condanna allo stato d’animo degli elettori che, insieme ai fenomeni della Brexit e del Referendum italiano, hanno rifiutato di ascoltare tutti i messaggi e saggi da parte dell’intellighenzia liberal e illuminata, depositaria del sapere e della conoscenza.
Mentre nel solo 2016 gli Usa sganciavano 72 bombe al giorno in guerre combattute in 7 paesi, il decennio di amministrazione Obama ha visto il progressivo trasferimento di ricchezza verso l’1% della popolazione mondiale, con un aumento diffuso della povertà nazionale, sulle ali del neo-imperialismo liberale supportato dalla sinistra mainstream. Mentre gli economisti schierati difendono ad oltranza la teoria, ci sono dei dati che esprimono l’eredità lasciata dall’amministrazione democratica.
Nelle tabelle che seguono possiamo notare il peggioramento di tutti gli indicatori economici, dal reddito delle famiglie al tasso di proprietà degli immobili, dalla percentuale di persone che vivono con gli aiuti alimentari (food stamps) alla disuguaglianza di reddito per gli afroamericani, notoriamente i più protetti dalla sinistra di Obama.

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La situazione americana è la punta dell’iceberg di un processo storico che cambierà la visione globale degli ultimi cinquant’anni: dalla guerra fredda in poi, il neoliberismo come visione economica globale sta segnando il passo verso un qualcosa di differente che sta prendendo forma in un processo che sarà irreversibile.
L’avvento dei nazionalismi e dei populismi è la semplice reazione alla gigantesca disattesa delle promesse di prosperità, uguaglianza e diritti paventata negli ultimi venti anni. Come suggeriva un liberal per eccezione, John Maynard Keynes, con il suo “Yale Review” del 1933, il libero scambio, politicamente, mette a rischio le democrazie e le libertà di scegliere le proprie istituzioni sociali ed economiche. Economicamente, il libero scambio accresce le disuguaglianze e non ha beneficiato sui paesi più poveri.
Un’analisi sui benefici e costi, con il crollo degli investimenti pubblici in sanità ed istruzione, pone il saldo in negativo. Dal punto di vista morale, il libero scambio presenta ogni aspetto della vita sociale a merce e incoraggia l’ascesa dei fanatismi.
La deglobalizzazione e una nuova forma di protezionismo coordinato tra i vari paesi della comunità internazionale rappresentano la nuova forma sulla quale costruire dei nuovi equilibri e nuovi progetti di sviluppo. La rinascita di un certo “patriottismo economico” servirà a regolamentare i flussi e la libertà dei movimenti di capitale, con il risultato di riacquisire gli strumenti di sovranità economica, politica e sociale. In un contesto del genere, le peculiarità di un’unione di Stati a 28, con tutte le divergenze e problemi economici sociali, vengono meno al nuovo scopo.
Starà alla politica definire il quadro delle nuove forme, sociali ed economiche.

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::autore_::di Gianluca Di Russo::/autore_:: ::cck::1813::/cck::

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