Economia

Merkel vs Trump?

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German Chancellor Angela Merkel and U.S. President Donald Trump at their joint press conference in the White House in Washington, D.C.
Il recente scontro dialettico Trump-Merkel al G7 di Taormina, è stato senz’altro il lubrificante per i motori di stampa nelle ultime settimane, con tutti i media a sezionare parole, virgole e cenni dei due protagonisti.

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Il recente scontro dialettico al G7 di Taormina, tra il presidente degli Usa Trump e la cancelliera tedesca Merkel, è stato senz’altro il lubrificante per i motori di stampa nelle ultime settimane, con tutti i media a sezionare parole, virgole e cenni dei due protagonisti. La mancata stretta di mano e l’abbandono dell’intesa sul clima rimangono gli aspetti salienti sulle rispettive prese di posizione, ma nascondono la natura e le evidenze delle strategie.
E’ noto ai più attenti osservatori che i protocolli di intesa sul clima non sono vincolanti per i paesi che vi aderiscono, così come è arcinoto che gli USA, al di là dei maquillage mediatici, sono sempre stati neutrali sulle emissioni di Co2: quel che rimane apparentemente sconosciuta è la nuova sensibilità al clima da parte della Germania, che produce energia per il 46,9% da centrali a carbone, e considera “verde” la quota prodotta dal nucleare, per il 14,8% sul totale, in apparente assenza di anidride carbonica.
Appare alquanto strano che i media vogliano far passare la Germania come paese “verde”, quando la sua popolazione presenta circa 3.500 deceduti ogni anno a causa delle centrali a carbone, sette volte di più rispetto all’Italia.
Le carte in gioco, al solito, vertono su questioni molto meno morali e più economiche, con il crescente surplus commerciale tedesco nei confronti degli Stati Uniti che si attesta sui 50 miliardi di euro, per un controvalore totale di 266 miliardi, pari a circa il 9% del Pil.
Persino la Cina, giunta nel 2008 al 10% di surplus rispetto al Pil, si è progressivamente adeguata alle regole internazionali, dettate con la costituzione del FMI (fondo monetario internazionale), riducendo gli avanzi commerciali, fino al 3% del 2016.
L’atteggiamento mercantilista, che – 80 anni orsono – ha provocato guerre e il conflitto mondiale, è stato per sempre ritenuto pericoloso e foriero di conflitti e l’attuale intransigenza tedesca, nascosta da europeismo e valori occidentali, rischia di portare a una rottura nei confronti del partner storicamente più solido e potente del globo.
I più moderati ritengono che l’atteggiamento tedesco sia un bluff, in attesa che Francia e Italia ricorrano alle proposte di Eurobond e alla discussione sui Trattati, per erodere la supremazia tedesca e arginare, dal lato della condivisione fiscale, l’inattaccabile egemonia commerciale che l’euro ha garantito alla Germania.
Convinzioni più volte troncate dall’establishment tedesco che, attraverso i propri rappresentanti, ha più volte posto il veto a qualsiasi forma di condivisione dei rischi e dei debiti, lasciando alle istituzioni europee di Bruxelles il compito di dettare agende e politiche economiche ai vari paesi in deficit, nonostante i continui fallimenti economici e sociali delle ricette proposte.
Nel frattempo, oltre le dichiarazioni di facciata, la disoccupazione in Europa rimane al 9,5%, con politiche deflazioniste che hanno investito circa la metà dei lavoratori europei, con crescita piatta dei salari e una dinamica dei prezzi al di sotto del target sperato.
Secondo una nota della BCE (Banca Centrale Europea), la crescita dei salari sarà bassa e porterà un incremento del tasso di povertà nei vari paesi europei, con un insufficiente domanda interna che peggiorerà al cambiamento del ciclo economico.
In attesa di tempi migliori, un’intera generazione di giovani cerca un clima favorevole al di fuori dei propri orizzonti.

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::autore_::di Gianluca Di Russo::/autore_:: ::cck::2046::/cck::

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