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La querelle che ha tenuto banco nei giorni scorsi sul significato del “aiutiamoli in casa loro” è apparsa meramente strumentale e priva di riferimenti pratici alle condizioni reali che ne rendono possibile la realizzazione.
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“Aiutiamoli a casa loro” un’esortazione che viene interpretata in modo diverso, a seconda di chi la pronuncia, con disprezzo nel caso peggiore, ma soprattutto con diversi obiettivi e differenti finalità.
Vi racconterò una storia, vera. Quella dell’isola di Inhaca nel 1997.
Siamo in Mozambico, Africa, a sud della Tanzania, un paese con popolazione prevalentemente di origine Bantu, esteso più di due volte l’Italia, che dal 1981 al 1994 fu teatro di una terribile guerra civile che provocò la morte di quasi un milione di persone di cui il 95% civili.
Con l’intermediazione della diplomazia italiana, della Comunità di Sant’Egidio e dell’ONU si giunse alla pace tra le due fazioni opposte in guerra tra di loro, Renamo e Frelimo. Il contingente militare dell’ONU, che era stato inviato a garanzia del mantenimento della pace, fu ritirato. Si erano creati così spazio e condizioni per “aiutare a casa loro” i mozambicani.
Finita la guerra bisognava scegliere se disinteressarsi della sorte di quelle popolazioni che prive di risorse finanziarie avrebbero dovuto decidere non se emigrare, ma quando emigrare. Fu deciso di non disinteressarsi, ma, al contrario di contribuire al sostegno della ripresa e delle condizioni minime necessarie per riavviare le attività economiche e sociali.
Come si vede dalla mappa, la baia di Maputo, capitale del Mozambico, è delimitata a sudest da una penisola e ad est da un’isola poco distante: l’isola di Inhaca, 52kmq, la cui popolazione invocava aiuto per non soccombere. L’Italia partecipò, tra le altre iniziative, alla realizzazione delle condizioni locali minime per la sopravvivenza, sottraendo quelle popolazioni da una migrazione forzata.
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Fu realizzato, così, tra gli altri, un progetto per garantire agli abitanti dell’isola la disponibilità dell’acqua, con la creazione di pozzi per l’acqua potabile, di riparazione dei locali per la scuola elementare.
L’autosufficienza alimentare, garantita parzialmente con la coltivazione della terra si sarebbe completata anche con la piena ripresa commerciale conseguente al riavvio della pesca d’altura con successivi interventi strutturali, garantendo l’attracco per i pescherecci, con moli idonei alle escursioni di livello delle maree che arriva anche fino a quattro metri.
Nel corso delle attività previste dal progetto la realizzazione dei pozzi per disporre dell’acqua era vitale e la controparte locale vi annetteva grande importanza. Così si prese la decisione di inaugurare l’avvio di quella parte del progetto con grande “pompa”!
All’inaugurazione dei lavori parteciparono autorità locali (il sindaco di Maputo), il paese donatore (l’ambasciatore italiano) e l’ONG esecutrice del progetto, che giunsero sul posto con un aereo da turismo di 9 posti, atterrato sulla pista in terra dell’isola.
Nella Gallery una breve sintesi fotografica che mostra il transfer dall’aeroporto della delegazione dei realizzatori del progetto di aiuto, su un sontuoso trattore, un momento della ricca cerimonia, l’edificio scolastico nelle condizioni di prima e dopo la ristrutturazione, un momento della produzione degli anelli di calcestruzzo per la realizzazione dei pozzi e gli anelli prodotti fino ad allora.
Le attività previste dal progetto di sviluppo furono finanziate dalla Cooperazione italiana, nell’ambito di una strategia molto più ampia di quanto appare in quel piccolo progetto che potremmo anche riassumere in un titolo del tenore “Aiutiamoli a casa loro”.
Nella ricerca di dati utili, abbiamo trovato sulla rete l’immagine riferita alla nuova sede della scuola dell’isola, nel frattempo (2011) divenuta oltre che sede della scuola primaria che avevamo lasciato noi, anche sede della scuola secondaria.

Galleria Fotografica
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::autore_::di Giorgio Castore::/autore_:: ::cck::2116::/cck::

