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Venezuela: un paese in ginocchio

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La crisi economica nel paese dello chavismo ha provocato una ondata di migrazione dei venezuelani verso il Brasile e la Colombia

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Per capire l’entità della crisi che sta devastando il Venezuela, uno dei paesi potenzialmente più ricchi del Sudamerica, in virtù delle sue immense riserve d’idrocarburi, due immagini, diffuse nei giorni scorsi dai media internazionali, ci consentono di farci un’idea plastica della gravità della situazione che stanno vivendo gli oltre 30 milioni di cittadini di questa meravigliosa nazione, adagiata tra le Ande ed il Mar dei Caraibi.

La prima è un’istantanea che, come un quadro di una natura morta, ritrae il cumulo di banconote necessario per acquistare un rotolo di carta igienica, precisamente 2,3 milioni di Bolivar, la moneta nazionale venezuelana. Una montagna di denaro che impilata risulta ben superiore in altezza allo stesso rotolo di carta, a testimonianza del livello di inflazione che attanaglia il paese, stimato dagli economisti del Fondo Monetario Internazionale intorno al milione per cento entro la fine dell’anno.

Un dato che, se affiancato all’altro parametro necessario per capire lo stato di salute di una nazione, cioè il PIL, crollato negli ultimi cinque anni del 40%, ci consegna il quadro disperato in cui versa il paese culla dello chavismo.

L’altra istantanea invece ritrae il fiume umano di persone che ogni giorno tenta di attraversare i confini che il Venezuela condivide con Brasile e Colombia. Un flusso di profughi dalle proporzioni bibliche, paragonato dai vertici dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, alle ondate umane che stanno cercando di attraversare il Mediterraneo per dirigersi in Europa. Negli ultimi cinque anni oltre 2,3 milioni di venezuelani hanno lasciato il paese alla ricerca di un futuro migliore in altre nazioni dell’America Latina.

Per la maggior parte di questi disperati però la fuga dalla miseria di trasforma in un incubo fatto di campi profughi e di peregrinazioni infinite, quasi sempre ai margini della legalità. Recentemente, per esempio, i rapporti tra questi fuggitivi e gli abitanti delle regioni di confine sono degenerati in gravi atti di violenza e xenofobia. È successo qualche giorno fa nello stato amazzonico del Roraima, peraltro poverissimo, dove i cittadini brasiliani hanno attaccato il campo dei rifugiati venezuelani, responsabili a loro dire di togliere quel poco di lavoro agli abitanti del posto. Scontri violentissimi che, per essere sedati, hanno necessitato dell’invio di reparti delle Forze Armate brasiliane.

Anche se non confina direttamente con il Venezuela, altrettanto disperata è la situazione che si vive in Ecuador, paese che, fino a poco tempo fa, con la presidenza di Rafael Correa, era allineato sulle posizioni chaviste del governo di Caracas, ma che ora, per non compromettere l’ordine sociale, ha adottato politiche più pragmatiche nel contenimento dei profughi, come l’obbligo di varcare la frontiera ecuadoriana provvisti di passaporto e non come accadeva prima con la sola carta d’identità.

In più Quito sta organizzando degli spostamenti di massa dei rifugiati venezuelani verso il Perù, paese che sta vivendo una forte crescita economica e che dunque negli scorsi mesi ha mostrato più tolleranza nell’accoglienza dei fuggitivi. Dall’inizio della crisi già 400mila venezuelani sono stati accolti nel paese andino, un numero che però difficilmente potrà aumentare secondo il governo di Lima, che ha predisposto dall’inizio dell’estate una schedatura dettagliata delle persone provenienti dal Venezuela.

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::autore_::di Diego Grazioli::/autore_:: ::cck::2779::/cck::

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