Il Paese attende risposte, non liturgie

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Pd, l’impresa di Letta nel panorama di una politica smarrita

Assumere la guida di un partito lacerato e diviso – la sinistra anche moderata e non solo in Italia ha dato prova della propria divisività intrinseca nel tempo della sua storia –  come ha accettato di fare Enrico Letta in queste settimane nei confronti del Pd orfano del segretario Zingaretti, è sicuramente una sfida, una sorta di fare l’impresa come nell’agonismo sportivo e oltre. Una sfida che avrebbe bisogno non tanto dell’unanimità della sua nomina (peraltro non chiesta e neppure apprezzata potremmo dire) quando dell’apporto critico coerente e consapevole delle diverse anime, a volte fazioni, che albergano in quello che sino ad ora è o è stato l’unico partito ascrivibile alla politica storica. Non si è facili profeti se si teme fortemente che quello che uscirà dall’equilibrio alchemico che il neo segretario sta cercando di realizzare possa essere un nuovo Pd.

La prima criticità è nel fatto di proseguire, almeno a parole, il tentativo del predecessore di far tornare un’equazione impossibile come quella di continuare un’alleanza mai nata con una parte di un movimento in rotta da tempo con se stesso come i cinquestelle. L’equazione è quella di aver ritenuto (Bersani docet) che nei pentastellati albergasse un animo di sinistra. Molti commentatori hanno ritenuto che il successo dei grillini derivasse dalla frana elettorale del partito democratico. Ecco allora l’idea della parte ex comunista del partito quella identificatasi in Zingaretti, di ritenere possibile l’improbabile è che cioè quell’animus di sinistra si evidenziasse e potesse costituire l’ossatura di una coalizione di legislatura.

Tutto questo lavorio si è svolto davanti a noi nel corso della parte conclusiva del governo gialloverde e ha costituito l’imprinting dell’esecutivo giallorosso sino alla sua dissoluzione per l’evidente implosione dei seguaci del guru. Ora, pur di far tornare questa equazione senza soluzione si punta su quella parte del movimento che sembra riconoscersi nell’ex premier Conte. Anche questa equazione è lungi dall’essere risolta considerando lo stesso Conte come l’artefice/costruttore di due alleanze diverse nel corso di poco più di un triennio. Come possa essere affidabile una sintesi politica con un aspirante leader di un movimento in disfacimento non è chiaro ad alcuno che abbia un po’ di sale in zucca, in salsa politica. L’arcano si spiega però in due battute, quella surreale del guru che si è proposto per guidare il Pd, e quella di Conte che ha sottolineato la condivisione con la visione di Zingaretti spostando “a sinistra” il baricentro del futuro suo partito riformato.

La sensazione più fondata è che il Pd provi ad allargare comunque la sua base di consenso in un territorio in difficoltà essendo evidente la sua perdita di presa politica sulla sinistra in genere e la difficoltà ontologica del Pd di guardare verso l’area moderata per una sorta di vizio di origine. Ecco allora il senso della sfida di Letta che cerca di far dimenticare la sua militanza dc e questo come molti altri esponenti di area cattolica nel Pd onde potersi porre alla guida di un partito della sinistra e prova a d avvicinare/conglobare quel che resta dei grillini ormai avviati ad una galassia di sigle sempre più incomprensibili e questo anche a loro stessi. Con il rischio di rendere populista ancorché di sinistra l’unico partito convintamente europeista e partito tout court almeno in apparenza.

Nell’augurare comunque buon lavoro al neo segretario è evidente che gli italiani vogliono avere dal Pd e dagli altri politici risposte chiare ai problemi immani del Paese e non liturgie, riti di altri tempi e dialettiche politiche che la gente non comprende e non capisce ma che sa sanzionare severamente quando si permette di andare al voto. Perché è questo poi il fine ultimo di quanto accade: evitando le elezioni un po’ per pandemia e un po’ per semestre bianco del Quirinale, il tentativo espresso è quello di contare sui voti grillini “di sinistra” per cercare di ricreare il blocco politico che permetta di essere determinanti nella scelta del nuovo capo dello Stato che nella mente del Pd non deve essere di centrodestra e forse neppure troppo moderato.   

A fronte di questa equazione/sfida/scommessa vi è una politica smarrita, sconcertata dinanzi al governo Draghi accettato per stato di necessità e per input non rifiutabile del presidente Mattarella. Come sempre descrivere quel che accade è complesso ai limiti della impossibilità. La parte moderata del paese continua a non avere un luogo politico nel quale riconoscersi, con Forza Italia in lento declino ma ancora determinante e con una Lega  che soffre la necessità di apparire ed essere moderata. Proprio la Lega soffre per la concorrenza populista e antieuropeista di Fratelli d’Italia che sembra incrociare il consenso di una larga parte dello stesso centrodestra. L’assunzione di responsabilità governativa della leadership più moderata del partito è in costante duello con quella di Salvini con insofferenza e mal di pancia conseguenti. Altri punti di coagulo dell’area non si vedono all’orizzonte pieno ai limiti della capienza mentale di sigle, siglette, partitini e partitucoli.

Come possa emergere da questo smarrimento confuso quel che abbiamo detto: risposte chiare e non liturgie fine a se stesse, quelle che il Paese attende non è dato sapere. Certo il governo Draghi sta finalmente creando nei fatti una vera discontinuità con il passato. Se riuscirà a dm incidere sul tessuto nazionale sarà un passaggio positivo. Se non riuscirà sarà l’ultima speranza a svanire. E questa volta il futuro potrebbe non essere più nelle nostre mani!     

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