“Sofagate”: molto più di una gaffe diplomatica

 -  - 


Dalla Convenzione di Istanbul al “Sofagate”, la Turchia di Ataturk è sempre più un lontano ricordo e l’Unione Europea è sempre più debole con i suoi interlocutori.

La Turchia nel 2011 era stato il primo stato ad approvare la Convenzione del Consiglio Europeo contro la violenza sulle donne, operativa dal 2014. Eppure, lo scorso 20 marzo abbiamo assistito a una repentina inversione di rotta nella tutela dei diritti civili del paese. Il governo turco, retto da Erdogan, ha in concreto ritirato Ankara dalla Convenzione di Istanbul, aggravando il processo di allontanamento dalla democrazia e dai diritti civili e politici a cui il paese è stato avviato ormai dal 2010.

Le scuse addotte sono state molteplici. La convenzione è infatti stata dipinta come uno strumento atto a favorire divorzi e rivendicazioni della comunità LGBTQ+ e pertanto ritenuta lesiva di una visione in difesa dell’unità della famiglia tradizionale. La manovra del ras del paese e del partito AKP (Giustizia e Sviluppo) è in breve una mano tesa al mondo conservatore e integralista turco, del quale Erdogan cerca il sostegno e al quale appartiene buona parte degli esponenti del partito di maggioranza. Stando alle parole con cui il vicepresidente Okay ha tentato di giustificare il ritiro dalla convenzione “la dignità delle donne turche risiede nelle tradizioni e nei costumi, e non nel seguire gli esempi altrui.”

In realtà, la convenzione di Istanbul si proponeva come un mezzo per spingere gli stati firmatari ad uno sforzo proattivo nella difesa dei diritti delle donne, con particolare riguardo ai casi ancora troppo diffusi di abusi e di violenza domestica. Ma anche come uno strumento per combattere le discriminazioni nelle misure di accesso alla giustizia e di tutela delle vittime di violenza. I dati che riguardano la violenza di genere nel paese, oltretutto sottostimati, sono infatti allarmanti. Le vittime di femminicidio nel 2020 sono state 266, con altri 100 casi denunciati dalle associazioni femministe e non riportati nelle stime ufficiali e 170 ulteriori morti in circostanze sospette. Inoltre, l’OMS stima che il 40% delle donne nel paese abbia subito violenze da parte del proprio partner contro la più morigerata, seppur triste, media Europea del 25%. Un trend che non sembra poi invertirsi nel 2021 con una media di un femminicidio al giorno nei primi due mesi dell’anno.   

In altri termini, quella che sembrava una rotta orientata al progresso e al buonsenso, è stata invertita “in una notte e cancellando anni di lotte”, per citare le parole delle numerose manifestanti che si sono riversate nelle piazze delle principali città turche; e senza preavviso almeno stando alle comunicazioni ufficiali dell’Unione Europea.

Le proteste in Turchia contro il ritiro dalla Convenzione di Istanbul

Malgrado la decisione abbia scatenato critiche e dissensi interni al paese, ha avuto reazioni più moderate, se non “cooperative” e docili da parte di Bruxelles.

La reazione Europea è stata indubbiamente debole in merito alla questione. L’UE si è limitata a invitare la Turchia al dialogo e al ripensamento auspicando che i futuri sviluppi possano portare a un cambio di passo.

Scandaloso il comportamento di Erdogan durante l’incontro ufficiale ad Ankara dello scorso 7 aprile. Il relegare la Presidente della Commissione Von der Leyen su di un divano, ben distinta e distanziata da sé e dal Presidente del Consiglio Europeo Michel, “uomini” arroccati su poltrone con tanto di rispettive bandiere di rappresentanza alle spalle, ha evidenziato non solo la sua arroganza e il suo pensiero, ma anche la debolezza dello stesso Presidente del Consiglio Europeo.

L’episodio, a cui è stato attribuito il nome di Sofagate, è ormai diventato un caso diplomatico e ha scatenato fiumi di reazioni, purtroppo postume, sia da diversi esponenti politici e cariche ufficiali in Europa, sia dall’opinione pubblica. Il premier incaricato Mario Draghi, ad esempio, ha fortemente condannato il gesto di Erdogan qualificandolo senza mezzi termini come un “dittatore”, pur evidenziando la necessità di doverci avere a che fare per ragioni non solo economiche, ma anche geopolitiche. La dichiarazione, che ha evidentemente urtato la sensibilità del governo turco, non è piaciuta ad Ankara che ha poi convocato l’ambasciatore italiano per ottenere chiarimenti.

Seppur il Sofagateabbia fatto sorridere molti sul Web, e possa esser passato come un semplice gesto di cattivo gusto e maleducazione agli occhi di tanti, è sintomo di qualcosa di ben più grave. Sarebbe anche sbagliato considerare l’episodio come un banale caso diplomatico, quando in realtà il gesto di Erdogan ha raggiunto l’obbiettivo di inviare un messaggio preciso, seppur sfaccettato, ad audiences molto diverse fra loro: il popolo turco, l’Europa e in un certo senso al mondo intero.

Il messaggio stesso sembra essere una risposta da un lato alle reazioni intestine, dall’altro alle deboli critiche del mondo occidentale, entrambe nate dalla decisione di Ankara di ritrattare sui diritti delle donne. In questo senso, ci sarebbero molti aspetti che andrebbero analizzati.

In primo luogo, l’identità di genere che secondo Erdogan va conservata; ti definisce più del ruolo che ricopri nella società, prevarica su qualsiasi aspetto sociale. In altre parole, essere donna, per quanto quella donna sia fra le persone più potenti al mondo, giustifica l’essere umiliata pubblicamente.

In secondo luogo, la chiara mancanza di rispetto nei confronti della carica che la Von der Leyen ricopre, e che si ripercuote sull’istituzione che lei rappresenta; riafferma le posizioni della Turchia nei confronti dell’Europa stessa, rivendicando la propria indipendenza culturale e il proprio dissenso nei confronti delle richieste e delle raccomandazioni di Bruxelles.

Infine, sempre in virtù di ciò che la Presidente della Commissione e il Presidente del Consiglio Michel rappresentano, la provocazione di per sé può considerarsi estesa a tutte le donne e non solo a quelle turche, ma anche al popolo europeo nel suo complesso, ad ogni singolo stato membro, alla nostra cultura e al nostro stile di vita.

Tuttavia, l’inqualificabile accoglienza di Erdogan quasi scompare davanti all’elefante nella stanza. Le reazioni pressoché assenti e solo postume delle due alte cariche Europee denotano, infatti, una grave crisi dell’Unione sotto diversi punti di vista. Una crisi d’identità innanzitutto, con un’Europa sempre più pronta a tollerare abusi sia in casa propria che nel suo vicinato, perché non va dimenticato che posizioni simili a quelle di Ankara in materia di diritti umani sono state adottate anche da parte di stati membri di un certo peso; una crisi di immagine per l’Europa, oltre che per i due esponenti Europei che nell’occasione non rappresentavano sé stessi ma il popolo europeo.

In definitiva un segnale di crisi del ruolo che l’Europa detiene nella scacchiera geopolitica in quanto potenza mondiale, di fatto in balia dei ricatti di una Turchia troppo difficile da contrariare per il ruolo strategico di Ankara nella gestione dei flussi migratori.  Ma non solo.

bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.