La crisi dell’Europa liberale, la società che non vorrei

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Alcuni dei tanti passi indietro nelle conquiste sociali e democratiche, breve analisi ottimista.

Negli ultimi anni la polarizzazione del panorama politico è stata evidente e caratterizzata da evidenti successi elettorali dell’ultradestra conservatrice e del populismo, soprattutto nell’occidente di tradizione liberale. È difficile capire se questo processo sia causa o conseguenza di ciò che gli analisti hanno definito la “crisi del liberalismo”. Ciò che è certo è che intolleranze e discriminazioni si diffondono ormai su larga scala anche in Europa. Questo fenomeno, tuttavia, ha complicità e responsabilità ben precise; la recessione economica e l’aumentare delle disuguaglianze nel tessuto sociale hanno giocato un ruolo chiave nel diffondersi di rabbia, paura e intolleranza, insieme all’incapacità della politica di fornire risposte concrete.

La deriva autoritaria e oscurantista che ha caratterizzato l’occidente negli ultimi anni non può che preoccupare, in particolar modo se nutrita dal malessere sociale ed economico. Perché se da un lato c’è ottimismo sulla auspicata ripresa post pandemica non possiamo non considerare come il Covid-19 abbia innanzi tutto devastato i conti pubblici dei grandi paesi europei, che seppur con sostanziali differenze di performance nella gestione del contagio e nel contenimento dei danni economici, si troveranno ad affrontare un’ecatombe occupazionale e sociale. Va anche detto, che sebbene il maggior protagonismo dello stato fosse necessario durante la grave crisi sanitaria, la pandemia ha generato pretesti per scivolare più a fondo nell’ingiustificata violazione delle libertà individuali in diversi paesi.

In tempestiva risposta allo scoppio della pandemia, infatti, l’Ungheria di Orban ha approvato una normativa che vieta i cambi di genere; Il provvedimento di per sé prevede il decadimento dei benefici familiari per i soggetti transgender, creando nuovi fantasmi sociali ma sempre pronti a nuovi attacchi al proprio diritto di esistere. Il leader del partito “Fidesz” (Unione Civica Ungherese) aveva già proibito gli studi accademici che minassero l’idea di tradizionale di unione fra uomo a donna, o che trattassero in alcun modo tematiche legate al mondo LGBT. Del resto, lo smantellamento delle istituzioni democratiche e l’introduzione dei meccanismi di censura sono avviati in quel paese dal 2010, e poco importa che l’Ungheria stia violando da allora pressappoco ogni principio fondamentale dell’Unione Europea pur essendo fra i maggiori beneficiari del suo budget.

Sulla stessa linea è ormai da tempo anche la Polonia del partito “PIS” (Diritto e Giustizia), che ha trovato indispensabile varare una legge antiaborto in piena crisi sanitaria, pensando evidentemente che il ritorno alle cliniche clandestine possa creare in qualche modo beneficio. Nel paese poi, xenofobia, omofobia e diritto di manifestarli si sono radicati nel tessuto sociale, e purtroppo anche in quello legislativo grazie alle così dette “Strefy Wolne od ideologii LGBT” (LGBTfree zones). Da agosto 2019 a giugno 2020 infatti, oltre 100 amministrazioni comunali e cinque voivodati si sono dichiarate ostili alla famigerata “ideologia gender”, vietando di fatto manifestazioni e marce LGBT in ormai oltre un terzo del territorio nazionale. Seppure questi provvedimenti siano stati condannati dalla Comunità Europea, che ne ha sancito l’invalidità giuridica e ha bloccato finanziamenti dei fondi strutturali alle amministrazioni coinvolte, è facile cadere vittima di violenze e discriminazioni impunite quando addirittura il potere costituito ti si dichiara “apertamente ostile”.

I paesi del gruppo Visegrad sono quelli che hanno adottato i provvedimenti più eclatanti per rimarcare le proprie posizioni xenofobe, omotransfobiche e antieuropee. Gli stessi paesi che come già menzionato, pur violando ogni principio su cui l’Europa si fonda (tutela dello stato di diritto, rispetto dei diritti umani fondamentali) continuano ad essere i maggiori beneficiari netti del suo budget.

Ma l’idea che l’oscurantismo culturale e la deriva democratica siano prerogative di quei paesi dell’est che, così lontani, non dovrebbero preoccuparci, è profondamente sbagliata. Piuttosto, dovremmo volgere lo sguardo in casa nostra, dove la lotta per le libertà individuali e per il rispetto delle minoranze, nel migliore dei casi, non ha fatto progressi. Ad esempio, il costante dibattito fra destra e sinistra in merito all’omotransfobia è tanto sterile quanto inconsistente; la prima rivendica il diritto di giudicare le scelte affettive di chi non ama come e chi dovrebbe secondo i propri parametri ideologici e religiosi, la seconda lotta affinché le desinenze risultino più inclusive. Nel frattempo, la discussione in senato del DDL Zan che prevede una minima tutela della comunità LGBTQ dalle discriminazioni è stata rimandata per ben due volte, prima il 30 marzo poi il 7 aprile. Ma il discorso è più ampio, non è passato poi troppo tempo dal dispiego di vigili del fuoco e forze di polizie nelle operazioni di rimozione di cartelloni di protesta pendenti da balconi di liberi cittadini. Né ne è trascorso troppo da quando Procura di Roma e Campidoglio erano impegnate nella rimozione di graffiti antigovernativi, incappando oltretutto nella gaffe di eliminarne uno così antico da essere patrimonio storico della capitale.

Quanto detto finora è probabilmente riduttivo, per niente capace di sintetizzare l’estensione della recessione al quale il mondo liberale è, dove più dove meno, silenziosamente sottoposto negli ultimi anni. Troppi passi indietro sono stati fatti, e troppo marginali sono state le nuove conquiste. Dai diritti civili alla parità di genere, fino al diritto dei giovani di costruirsi un futuro in casa propria. L’auspicio è che questo quadro della società sia provvisorio, una breve parentesi in un processo complessivamente migliorativo del percorso di popolo. Ma purtroppo il realismo porta a pensare altrimenti.

Fino a che la politica non sarà in grado di occuparsi dei problemi reali, di dare risposte coerenti e concrete, fino a che non riporterà il livello del dibattito ai livelli che gli spettano, non ci sarà alcun miglioramento. Tutto ciò che chiediamo è un futuro da ereditare, non da ricostruire. Perché infondo ciò che resta ai giovani è già un cumulo di macerie, e questo non è più sintomo della crisi, ma un risultato a cui mai saremmo dovuti arrivare.

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