Televisione e democrazia

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La democrazia è ormai l’idolo delle società occidentali, il totem a cui bisogna inchinarsi, se non si vuole essere marginalizzati o peggio bollati con il marchio di infamia di antidemocratico o addirittura di fascista. Ma se chiedessimo alla gente comune che cosa è realmente la democrazia, ne riceveremmo risposte prefabbricate o peggio errate. Per la maggioranza delle persone, la democrazia viene confusa con la libertà individuale, idea non del tutto corretta. Per altri la democrazia è quell’insieme di regole che costituiscono le fondamenta di una società civile.

Che cosa è realmente la democrazia? Se cerchiamo su Wikipedia, ne ricaviamo la seguente definizione: “… democrazia significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, generalmente identificato come l’insieme dei cittadini che ricorrono in generale a strumenti di consultazione popolare (es. votazioni, deliberazioni, ecc.) …”. Ora in tale definizione è contenuto una sorta di pensiero obliquo. Se infatti il popolo decidesse di eleggere un dittatore, questa sarebbe a tutti gli effetti una forma di democrazia in quanto il popolo stesso, attraverso una consulta elettorale deciderebbe di darsi una forma di governo di tipo dittatoriale. Tutto ciò sarebbe pienamente in accordo con la definizione sopra citata, a patto che il dittatore eletto garantisse la continuazione dell’istituto della consulta elettorale allo scadere del suo mandato. All’interno di questa definizione non c’è però una precisazione importante e cioè che il popolo o il gruppo di persone che eleggono il loro rappresentante, debba essere totalmente libero di scegliere. La libertà di scelta implica necessariamente che la gente comune non subisca una forma di coercizione per cui gli si impone di votare per una persona o per un gruppo politico. Ma ciò implica anche che chi vota non sia sottoposto ad una sorta di lavaggio del cervello a causa del quale, pur credendo di esprimere il proprio voto liberamente, di fatto fa ciò che subdolamente gli è stato fatto credere essere la scelta corretta.

Secondo l’opinione corrente, il linguista americano Noam Chomsky avrebbe divulgato una sorta di decalogo su come plagiare i popoli e costringerli, senza che questi ultimi se ne accorgano, ad accettare misure impopolari. La veridicità del presunto ‘decalogo’ è stata molto contestata, ma lo stesso Chomsky ammette che le idee in esso contenute sono state partorite dalla sua mente. Queste dieci regole costituiscono la spina dorsale del metodo con il quale le classi dominanti operano una sorta di imposizione occulta per mezzo della quale i popoli che ne sono soggetti finiscono per credere a ciò che gli si vuole far credere.

Ma come avviene questa manipolazione mentale? Ovviamente è necessario un mezzo di comunicazione che penetri in maniera capillare all’interno della società, in modo da attuare il programma di manipolazione generalizzata attraverso il quale si convince la gente che è necessario votare per quel dato partito o quello specifico schieramento politico piuttosto che un altro. Il mezzo più efficace e più capillarmente diffuso è (era?) la televisione. La trasformazione dei popoli in folle, cioè masse di gente senza più identità culturale, religiosa, linguistica, etnica, viene effettuata da questo mezzo di comunicazione in modo da ingenerare negli individui, un senso di vuoto interiore che viene riempito da idee spesso prive di reale contenuto, ma che hanno il compito di addomesticare il soggetto e renderlo psicologicamente vulnerabile.

La televisione suscita emozioni, trasforma volutamente gli esseri umani in schiavi del profitto, incapaci di trovare all’interno della propria sfera culturale, gli anticorpi necessari a reagire alla sopraffazione dell’informazione o peggio alla disinformazione. L’imposizione occulta avviene attraverso due fasi: nella prima fase si opera un ‘surplus’ di informazione con il quale si disorienta il soggetto. Come un insieme di forze contrastanti ha una risultante nulla, così un eccesso di informazione produce lo stesso effetto di nessuna informazione. La seconda fase consiste nello screditare lo schieramento avversario in modo tale da rendere inevitabile il suo tracollo elettorale. Già nel XVI° secolo il filosofo francese appena diciottenne Etienne de La Boétie, nel suo trattato sulla servitù volontaria, aveva dedotto che gli uomini accettano la condizione di servitù per abitudine, e, che privati della libertà finiscano per considerare addirittura vantaggioso mettersi totalmente nelle mani del tiranno di turno. Da allora i metodi sono cambiati ed il progresso tecnologico nonché gli studi di psicologia comportamentale, hanno reso inutili i metodi cruenti e dichiaratamente repressivi. Va notato tra l’altro che, come aveva dimostrato Gustave Le Bon, la psicologia delle folle è completamente diversa da quella dei singoli individui che la compongono, avvenendo in queste una sorta di regressione psichica che porta l’individuo – folla a cedere all’inganno di colui che sa essere non razionalmente, ma emotivamente convincente.

La televisione uccide il senso critico, poiché non è possibile interfacciarsi con lei se non con una sorta di tacita accettazione di ciò che ci presenta come dati di fatto o fatti. Il dialogo è impossibile. Si può soltanto ascoltare, mai chiedere. L’individuo si abitua quindi necessariamente a dare per vero tutto ciò che gli si propina spacciandolo come verità assoluta. Immagini emotivamente coinvolgenti hanno il compito di suscitare nel telespettatore una reazione emotiva che lo porta a volte ad indignarsi, altre volte ad impietosirsi, per cui l’effetto totale sarà quello di una accettazione totale di ciò che gli viene raccontato. In un contesto del genere, la democrazia assume i contorni di una vuota definizione accademica che non trova riscontro nella realtà.

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