Colombia: esercito e polizia usano le armi per reprimere la protesta

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In Colombia, le proteste e le manifestazioni continuano da oltre un mese. Di giorno per lo più pacifiche, artistiche, di notte violente. Anche perché la polizia tenta di riprendere il controllo di alcune zone nevralgiche di città come Cali e di sbloccare le vie di comunicazione usando la forza, spesso le armi. Il governo ha militarizzato gran parte del paese, riportando il paese oltre quarant’anni indietro. Alle azioni repressive partecipano anche civili paramilitari, una vecchia consuetudine dell’esercito colombiano, che sparano su chi protesta. E la reazione della gente, esasperata da settimane di tattiche dilatorie e incoerenza nel dialogo col comitato degli organizzatori del PARO NACIONAL, da parte di un governo che diventa sempre meno legittimo, non si fa attendere. Un membro del CTI in borghese (una sorta di 007) che aveva sparato e ucciso due manifestanti, è stato linciato dalla folla a Cali. Nella stessa giornata sono state uccise almeno altre dieci persone. Si parla di armi anche nelle mani di chi protesta, anche non siano stati ancora mandati in onda video che lo dimostrino. Un governo poco trasparente che non ammette ingerenze e ha sinora impedito la visita della COMMISSIONE INTERAMERICANA DEI DIRITTI UMANI (CIDH) per verificare la violenza della polizia e, in particolar modo, che fine hanno fatto le centinaia di “desaparecidos”.

La campagna elettorale del presidente  in carica Ivan Duque – che a dire di alcuni non sarebbe altro che la controfigura di Alvaro Uribe Velez (presidente-ombra della Colombia, e, a dire degli avversari, un “narco-paramilitare”, ex-amico e alleato di Pablo Escobar) – si dice fosse stata finanziata da Neñe Hernandez, narcotraficante, allevatore di bestiame, che nel 2018 era stato invitato alla sua cerimonia di insediamento, prima di essere ucciso in Brasile nel 2019. Le gesta di Alvaro Uribe Velez sono descritte in maniera brillante ed elegante dal coraggioso avvocato colombiano Daniel Mendoza Leal, nella serie “Matarife” (il Macellaio) in Youtube, che ha reso famoso l’ex-presidente di Colombia. Uribe é manovrato, a sua volta, e sostenuto dagli industriali e finanzieri più retrogradi della nazione, come Luis Carlos Sarmiento Angulo, banchiere, proprietario del BANCO DE BOGOTÁ, del colosso finanziario GRUPO AVAL , e anche del quotidiano EL TIEMPO; un giornale di parte, dove l’opinione degli avversari politici, non viene quasi mai riportata. In questi giorni incandescenti, Duque, invece di favorire il dialogo, come richiesto dall’ONU e  da HUMAN RIGHTS WATCH, con le dichiarazioni di Michelle Bachelet e José Miguel Vivanco, ha deciso di inviare l’esercito a Cali, dove anche i sacerdoti cristiani ecumenici, non appartenenti alla Chiesa di Papa Francesco, armati di scudi, si sono uniti a PRIMERA LINEA, il gruppo che protegge i manifestanti pacifici dalla violenza della Polizia. Si fa strada l’ipotesi di una nuova dittatura militare, fuori del tempo, che finirebbe con il gettare la Colombia nel caos. Uribe, Duque e i potenti sembrano dimenticare che Cali, epicentro delle proteste, è la capitale mondiale della “salsa”, e che questa tipica danza latino-americana finisce spesso con una sorpresa.

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