Il diritto e il dovere di stare insieme

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Festa della Repubblica ai tempi della pandemia e della luce in fondo al tunnel

Potrebbe apparire una contraddizione quella di mettere in parallelo il diritto, espressione della libertà di ognuno, con il dovere che ne è il contraltare. Tuttavia il diritto senza il dovere non ha storia e diventa o rischia di diventare arbitrio! Ecco perché in questo giorno in cui ricordiamo l’uscita da un tunnel di dolore, di guerra, di sacrificio, di morte, di sopraffazione, che si sostanzia nei diritti che liberamente abbiamo voluto acquisire, abbiamo desiderato, per i quali si è lottato, dobbiamo vederci di fronte alla probabile anche se difficoltosa uscita da un altro tunnel, quello della pandemia, che volenti o nolenti ha provocato per tutti una limitazione dei propri diritti e un aumento esponenziale dei doveri, per il bene di tutti. Consapevolmente, o per timore, abbiamo accettato di limitare molta parte dei nostri diritti, di seguire regole mai come in questa stagione cogenti dinanzi ad una nazione di primi della classe, di fustigatori dei costumi altrui, di allenatori di calcio, di sindacalisti duri e puri, di politici pronti a tutto per i propri cittadini, di cittadini libertari ma per se stessi più che per gli altri.

Ecco allora che il 2 giugno, in cui settantacinque anni fa nacque l’Italia repubblicana, quel paese che nei decenni successivi seppe dare prova di sé come popolo e come collettività, pur tra tante divisioni e tanti distinguo, deve rinnovare oggi e nel futuro questo accordo, questa condivisione, questo comune destino che ci vede da quasi sessanta anni poi condividere un destino comune con un intero continente, uscito come noi devastato ma che è stato possibile costruire in un melting pot di nazionalità che si sono incontrate, che hanno provato e provano a parlare una lingua comune pur nella diversità degli idiomi. Un accordo, un patto che ha intatte le motivazioni che lo hanno creato, intatte le fondamenta, ma che va rinnovato alla luce di questi anni passati, alla fine di devastanti ideologie e divisioni fuori della storia, ma con un futuro complesso da costruire, nella diversità e nella complementarietà che sono proprie di una costruzione comune ma fatta da diversi, come storia, come modo di vivere ma nella condivisione che supera i confini sotto il profilo della cultura, della civiltà, del sapere.

Oggi sono state pronunciate parole di condivisione e di unità del Paese. Frasi dovute certo, solo apparentemente, e che debbono costituire il punto di partenza, di non ritorno, per quello che vogliamo essere il paese nel prossimo e nel lontano futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. L’occasione delle risorse copiose che possono arrivarci dalla comune Europa, sintomo anche della consapevolezza continentale del ruolo che la nostra piccola e grande nazione svolge nel suo consesso e il benessere della quale è garanzia per tutti, va utilizzata senza riserve e con grande competenza e caparbietà, contro tentativi distruttivi e parziali. O si esce come paese unito dalla crisi pandemica certo, ma strutturale nella quale siamo impantanati da decenni, o non si esce e neppure uniti. Il legittimo porre le proprie visioni e le proprie priorità per vederle accettate dagli altri trova il limite nelle stesse richieste e nelle stesse visioni degli altri. Dunque è nella sintesi che si può trovare la risposta migliore, il tessuto comune da non sfilacciare. Con la consapevolezza che quella parte delle proprie aspirazioni e visioni in parte limitate potrà in una stagione propizia per tutti poter trovare anche nuove strade e nuovi modi per essere realizzate.

Quello che in questo giorno, che è di Festa per la nostra Repubblica, ma di grande attenzione ed anche preoccupazione che la nostra vita si liberi definitivamente dall’incubo della pandemia, dobbiamo come paese e come popolo tenere bene a mente che non è con il particulare di ognuno che si garantisce il futuro a tutti, ma con lo sforzo di tutti per ricreare le condizioni di un vivere comune all’altezza del paese che vogliamo essere e della collettività che vogliamo mantenere. Le attuali divisioni della politica, specchio di alcune criticità del paese, non debbono superare la linea di guardia oltre la quale è a rischio l’intera comune strada da percorrere. E le divisioni pur legittime, le diversità di vedute, di programmi di priorità devono tenere nel conto quelle di tutto l’insieme del sistema.

Il Governo sta cercando di lavorare in questa direzione, le forze politiche nel loro insieme sembrano capirlo, ma autorevoli voci continuano a soffiare su quel fuoco divisorio e ad alimentare quelle partigianerie che ci hanno portato alla situazione attuale, con il rischio di farle apparire al di sopra del comune interesse a farcela a rimettere in piedi tutto il sistema e porlo nelle condizioni di svolgere il proprio ruolo nel consesso internazionale oltreché europeo. Questo il limite ed il rischio attuale che richiedono nella stagione dei partiti e dei movimenti fluidi, nella ricerca di come rappresentare il paese o quella parte di esso di cui si vuole essere espressione, un surplus di responsabilità e una capacità di sintesi comune dalla quale soltanto può scaturire il terreno fertile e comune del futuro, in cui diritti e doveri saranno equilibrati e riconosciuti per tutti e in egual misura.

Oggi non è il momento delle divisioni e dei distinguo, ma quello della coesione e dell’unità di intenti verso quel comune denominatore che è la sola garanzia per il futuro, nel quale poi sarà possibile a tutti perseguire il proprio ideale, realizzare le proprie idee, garantire le condizioni e la libertà di farlo. Oltre questo limite vi è la confusione da un lato e la responsabilità che si assume di fronte al Paese e alla sua storia, per quello che sarà o potrà essere, dall’altro. E bene ricordarlo ogni volta che si parla e si conciona nelle piazze oggi virtuali del paese, ma che sono il modo in cui esso cerca di andare avanti!

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