Gorbaciov, l’ultimo statista

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La vita terrena ha per tutti fine, ma quando accade ci sorprende sempre. Mikhail Gorbachev aveva raggiunto la veneranda età di 91 anni e il diabete lo tormentava da tempo. Non per questo lesinava i suoi consigli in un mondo che nel tempo era cambiato, anche grazie a lui.

L’avevo incontrato a Berlino in occasione della celebrazione dei 25 anni dalla caduta del muro, insieme al suo storico portavoce Andrey Grachev ed agli amici Roberto Savio, Giulietto Chiesa e Massimo Predieri. In quei giorni firmammo l’accordo duraturo tra il suo New Policy Forum e la Fondazione Italiani in forza del quale abbiamo poi realizzato storici eventi in materia ambientale e di sicurezza.

Mi sovviene il ricordo di quando ci raccontò che nel 1991, uscendo dal Congresso nel quale aveva rassegnato le sue dimissioni da Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, determinandone lo scioglimento, non avendo mai avuto un’auto e non disponendo più di un’auto di servizio, fosse serenamente tornato a causa con l’autobus.

Molte cose avrei da dire, ma le riservo ad un prossimo futuro. Ritengo più giusto ricordarlo con il pensiero che mi ha inviato Roberto Savio, artefice e custode con Gennaro Amato e Giulietto Chiesa, dei nostri incontri.

“… Con la morte  di Mikhail Gorbaciov scompare l’ultimo grande statista, ed una intera epoca.  Ho avuto il privilegio di lavorare con lui, come vicedirettore del Foro Politico Mondiale (ndr il New Policy Forum), che Gorby aveva fondato a Torino nel 2003, con un accordo di sede con la Regione Piemonte. Il Foro riuniva personalità di tutto il mondo, per discutere quanto accadeva.  I più grandi protagonisti internazionali, da Kohl a Mitterrand, da Jaruzelski a Oscar Arias, discutevano con franchezza del loro ruolo e dei loro errori. Mi ricorderò sempre un FPM nel 2007, in cui Gorbaciov ricordò ai presenti che aveva accettato in un incontro con Kohl, di ritirare l’appoggio al regime della Germania Orientale, in cambio dell’assicurazione che non si sarebbero spostate le frontiere della NATO, al di là della Germania riunificata. E Kohl che gli rispondeva, indicandogli Andreotti presente, che alcuni non erano poi così entusiasti che si tornasse a creare la più grande potenza europea, posizione condivisa dalla Thatcher. Andreotti aveva detto: ‘io amo tanto la Germania che preferisco averne due‘.

E la delegazione americana riconosceva l’impegno assunto, lamentando però che il Segretario di Stato Baker era stato sopraffatto dai falchi, che volevano continuare ad allargare la Nato e stringere la Russia in una camicia di forza.

Il commento di Gorby fu lapidario: “invece di cooperare con una Russia che voleva proseguire in un cammino socialista di tipo nordico, vi siete affrettati a farla cadere, ed avuto prima Yeltsin, che era in condizionalmente vostro”.

Ma da Yeltsin è nato Putin, che comincia a vedere le cose in tutt’altro modo. Gorbaciov aveva cooperato con Reagan, per eliminare la guerra fredda. È divertente vedere la storiografia americana attribuire a Reagan la vittoria storica sul comunismo e la fine della Guerra Fredda. Ma senza Gorbaciov, la potente ma spenta burocrazia sovietica avrebbe continuato a resistere, ed avrebbe sicuramente perso il potere. Ma non sarebbe caduto il muro di Berlino, e l’ondata di libertà dell’Europa Socialista, sarebbe sicuramente arrivata dopo il mandato di Reagan.

Quanto Gorbačëv fosse intenzionato, ancor più di Reagan, ad avanzare sulla via della pace e del disarmo, divenne chiaro dopo l’incontro del 1986 a Reykjavík. Gorbaciov propose a Reagan l’eliminazione totale dell’armamento atomico. Reagan disse che, per la differenza di orario, avrebbe consultato più tardi Washington. Quando i due si incontrarono la mattina dopo, Reagan gli disse che gli Stati Uniti proponevano l’eliminazione del 40% delle testate nucleari. E Gorbaciov gli rispose: “se non puoi fare di più, cominciamo così. Ma ti ricordo che adesso possiamo distruggere il pianeta e l’umanità centinaia di volte”.  

Il tempo dimostrerà che disarmare la Russia nucleare era certamente nell’interesse americano se il segretario di Difesa Weinberg, che arrivò a minacciare le dimissioni, avesse saputo guardare lontano. Yeltsin fece di tutto per umiliare Gorbaciov, al sostituirlo. Gli tolse ogni pensione, ogni appannaggio: guardia del corpo, automobile di stato, e gli fece sgombrare il Cremlino in poche ore. Ma con Putin diventò praticamente un nemico del popolo. La propaganda contro di lui fu rozza, ma efficace. Gorbaciov aveva presieduto alla fine dell’Unione Sovietica “la grande tragedia”, ed aveva creduto all’Occidente. Ora l’URSS era accerchiata dalla Nato, e Putin si vedeva obbligato, in nome della storia, a recuperare almeno parte della grande potenza che Gorbaciov aveva dilapidato.

Chi è stato accanto a Gorbaciov dall’arrivo di Yeltsin ha visto come il vecchio statista, che aveva cambiato il corso della storia, soffrisse profondamente per vedere il corso che stava prendendo. Ovviamente, la stampa ha preferito ignorare la profonda corruzione dell’epoca Yeltsin, che è costata sacrifici terribili al popolo russo. Un team di economisti americani ha provveduto, sotto Yeltsin ad emanare decreti che privatizzassero tutta l’economia russa, con un crollo immediato del valore del rublo e dei servizi sociali. L’aspettativa di vita media retrocesse di un sol colpo di dieci anni. Ebbi una grande impressione allo scoprire che la mia colazione la mattina nell’albergo, costava quanto una pensione media mensile. Dava una profonda tristezza vedere tante vecchiette vestite di nero che vendevano per strada i loro pochi e poveri oggetti personali.

Nel contempo, alcuni funzionari di partito, amici di Yeltsin, compravano a prezzi stracciati le grandi imprese statali messe in vendita. Ma come facevano, in una società dove non esistevano ricchi? Giulietto Chiesa lo ha documentato in una inchiesta sulla “La Stampa” di Torino.

Su pressione americana, il Fondo Monetario Internazionale concesse un prestito di emergenza di cinque miliardi di dollari ( del 1990), per stabilizzare il dollaro. Questi dollari non arrivarono mai nella Banca Centrale Russa, né il FMI sollevò mai nessuna questione. Furono distribuiti fra i futuri oligarchi, che di colpo si trovarono favolosamente milionari. Quando Yeltsin dovette lasciare il potere, cercò un successore che garantisse impunità a lui ed ai suoi amici. Un suo consigliere gli presentò Putin, dicendo che questi poteva domare la rivolta in Cecenia. E Putin accettò a una condizione: che gli oligarchi non si mettessero mai in politica. Uno di essi. Khodorkovsky, non rispettò i patti, e aprì un fronte di opposizione a Yeltsin. Conosciamo il suo destino: spogliato di ogni proprietà, ed incarcerato. È stata la sola comparsa di un oligarca in politica.

Gorbaciov è l’ultimo statista. Con l’arrivo della Lega a Torino, l’accordo di sede del Foro Politico Mondiale venne con suo grande stupore cancellato. Il Foro si trasferì a Lussemburgo e poi la Fondazione Italiani a Roma ne rilevò alcune attività (con molta preveggenza), sui problemi dell’ambiente. Il braccio destro di Gorbaciov, Andrei Grachev, portavoce di Gorby nel PCUS e nella fase di transizione alla democrazia, brillante analista, si è trasferito a Parigi, dove è il punto di riferimento dei dibattiti sulla Russia. Gorby, malato di diabete, ha vissuto la guerra in Ucraina come un dramma personale: la madre era ucraina. Si è ritirato in un ospedale, sotto stretta sorveglianza ove finalmente è morto. L’epoca degli statisti è finita, anche quella dei dibattiti di grandi protagonisti della storia. 

Dopo Gorbačëv i politici hanno perso la dimensione di statisti. Si sono andati man mano ripiegando alle esigenze del successo elettorale, alla politica a tempo corto, all’accantonamento di dibattiti di idee, per invece rivolgersi non alla ragione, ma agli istinti degli elettori. Istinti da sollecitare e da conquistare, anche con una campagna incessante di fake news. Una scuola che Trump è riuscito ad esportare nel mondo, dalla votazione sulla costituzione in Cile il 4 settembre, a Bolsonaro, a Marcos, a Putin e per conseguenza a Zelenski.

Ed io mi ritrovo a scrivere la mia amarezza, il mio sconforto, non solo per la morte di un mio maestro (come lo fu Aldo Moro) ma per un’epoca che pare ormai definitivamente tramontata: quella della Politica con la P maiuscola, capace di sconvolgere il mondo che si incontrava, con grandi rischi e con i grandi obbiettivi della Pace e della Cooperazione Internazionale. Ed a scrivere delle verità incomode, conosciute da pochi, che saranno subito sepolte da interventi ostili e dileggi. Ha ragione Andrei, quando mi ha detto poco fa per telefono: “Roberto, il mio e tuo tuo errore, è quello di avere sopravvissuto alla nostra epoca. Stiamo anche attenti, perché finiremo per dare fastidio…

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