Editoriale

Pace, facile a dirsi, difficile a farsi

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Alcune parole si percepiscono meglio in ragione del loro antinomo; la parola pace ha molte accezioni, diverse ma unite dal comune ideale di scongiurare ogni tipo di conflitto.

Siamo stati educati alla pace come valore da perseguire, e alla guerra come calamità da evitare. In realtà, entrambe dipendono da infinite variabili, fattori contingenti, che fanno prevalere l’una o l’altra.

Fino a ieri, quando Papa Francesco ci ricordava che erano in atto più conflitti di quanti ve ne fossero stati nella Seconda Guerra Mondiale (56 conflitti e 92 paesi in guerra), si parlava di disarmo e di pace; oggi si parla sempre più di guerra e di riarmo. Ieri, si percepiva la situazione, seppur dolorosa, a prescindere dall’esservi coinvolti direttamente o indirettamente, come lontana; forse a causa della distanza – Sudan, Myanmar, Yemen, Maghreb, Sahel, … forse perché ipocritamente ci si considerava al sicuro, in pace, senza pudore.

Poi la guerra si è fatta più coinvolgente: Ucraina, Palestina, Israele, e da ultimo, Iran, con la discesa diretta in campo degli Stati Uniti d’America – poi rientrata – nella versione MAGA (Make America Great Again). I nostri grandi alleati, forti di sé e delle loro basi militari nel mondo, ciascuna delle quali è un obiettivo per i loro nemici. Inevitabile una certa preoccupazione dei paesi che le ospitano, inclusa l’Italia; preoccupati di poter essere vittima di una scelta non loro, né dei loro governanti.

L’Europa da ottanta anni vive in pace, miracolosamente; i suoi figli sanno, o dovrebbero sapere, della guerra attraverso i libri di storia.

La storia dovrebbe essere la rappresentazione fedele di quanto realmente accaduto ed effettivamente accertato (lontana da ogni interpretazione soggettiva); chi ne scrive è per questo detto “storico” e non “scrittore”. Ma, da che mondo è mondo, la storia viene scritta dai vincitori e puntualmente smentita dai vinti. Oggi poi, con i nuovi media, per non parlare dei “social”, verificare l’attendibilità di una notizia è difficile, risalire alla verità impossibile.

Al più, nella diversità dei racconti, chi è educato ad uno spirito critico, dall’ascolto dell’una e dell’altra “verità”, e dal loro confronto, può avvicinarsi a comprenderne le differenze e farsene un’idea.

Mario Caligiuri, pedagogo, dice che chi più chi meno siamo tutti male-educati.

Il nostro futuro è affidato alla capacità di recuperare lo spirito critico; il che richiede studio, ricerca, curiosità, e la consapevolezza che news fake e no – e artificial intelligence sono solo ausili esterni, meri strumenti, a volte ingannevoli, da utilizzare sempre con molta attenzione.

Viviamo in rapidissima evoluzione, ma non possiamo fare a meno di essere consapevoli del nostro passato; non possiamo prescindere dalla nostra memoria storica.

Cionondimeno, il comune cittadino europeo di questo primo quarto di secolo del terzo millennio, ormai vittima predestinata di news e Intelligenza Artificiale, sa poco di storia, internazionale e patria. Ignora che quanto accade o viene subìto dal suo Paese, dipende da cosa è accaduto prima; dalla storia.

Per quanto concerne l’Italia sappiamo che, malgrado il suo antico passato, è una nazione giovane. L’Unità e il Regno d’Italia sono recenti, così come lo sono le guerre di prima e durante il fascismo; dalla nostra partecipazione all’ultima guerra – prima da un lato, poi dall’altro – alla resa, l’armistizio breve; la resistenza; la liberazione; la repubblica; i trattati di pace. Eppure, è da questa storia che dipende il nostro attuale status e il correlativo diritto di parola; anche nelle questioni internazionali di questi giorni da cui dipende il nostro futuro. L’argomento merita di essere approfondito ma per esigenze di sintesi ne parlemo in altro editoriale. Torniamo alla pace.

Ci è stato spiegato che per garantire la pace dovevamo riarmarci (a scopo difensivo e dissuasivo); che oltre alla guerra delle bombe nel mondo erano in corso altre guerre, per la finanza, le valute, il mercato, i dazi, ecc.; che tutte le guerre erano tutte connesse tra loro; e che, se un paese non direttamente coinvolto nella guerra delle bombe, avesse voluto garantire la pace sociale al proprio interno, avrebbe dovuto cedere qualcosa. E così tutti i paesi NATO hanno accettato – a mente del noto aforisma “si vis pacem, para bellum” – di elevare la spesa per la “difesa” dal 2 al 5 per cento del loro PIL, confidando che in tal modo non perso terreno nelle altre guerre; anche la Spagna che inizialmente si era dissociata. È inevitabile rimanerne confusi, o, nell’accezione etimologica della parola, spaesati.

A proposito della pace e della guerra viene in mente quello che ne pensavano Rousseau e Tolstoj.

Il primo, che nel Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini, critica la c.d. società civile e il diritto positivo che a suo avviso “istituzionalizzavano” le differenze sociali e i privilegi. Il secondo, condividendone la critica, descrive il diritto positivo come strumento di dominio contrapposto alla giustizia naturale e contrario alla dignità umana.

Critiche, principi e valori dimenticati, ma di grande attualità.

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