Editoriale

La battaglia referendaria. Un po’ di chiarezza

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In ambito militare si distingue tra guerra, battaglia e scontro. In politica è lo stesso. Le parti si confrontano sventolando ideali e nascondendo i propri tornaconti.

La guerra vige da sempre. Le battaglie si susseguono. Gli scontri sono all’ordine del giorno.  Sempre con alterne fortune. Sempre condizionate dall’interesse di parte.

Il pomo della discordia è la c.d. “riforma del giustizia” di cui, malgrado le tante parole, poco si sa. Eppure, tra breve saremo chiamati ad esprimere il nostro pensiero sui seguenti 5 quesiti: la riforma del CSM (I°), l’equa valutazione dei magistrati (II°), la separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti (III°), i limiti agli abusi della custodia cautelare (IV°), l’abolizione del decreto Severino (V°).

Argomenti tecnici, difficili anche per gli addetti ai lavori, lanciati in pasto alle vittime che poi dovranno subirne le conseguenze, attribuendo loro la responsabilità che gli addetti ai lavori e chi di dovere non sono stati in grado di risolvere pacificamente.

E che ora, per semplificare, stanno trasformando in confronto politico, tra rossi (in difesa dello status quo) e neri (contro). L’oggetto del contendere: per i primi, la magistratura; per i secondi, la giustizia. Cerchiamo di capirne di più. Almeno sui primi tre quesiti.

Una breve premessa: la magistratura italiana è sana! Il 99% dei magistrati sono bravissime persone che dedicano la loro vita alla giustizia. Ne ho conosciuti molti, anche di elevatissimo grado, che hanno vissuto la propria vita come un sacerdozio. Certamente senza di loro vi sarebbe il caos.

L’1% no.

La vita, professionale e non, di un magistrato è strettamente legata alla sua carriera.

La progressione in carriera dei magistrati dipende per legge dal CSM (il Consiglio Superiore della Magistratura) che gestisce assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari dei magistrati; nomina e revoca magistrati onorari; adotta atti normativi (regolamenti interni); “vigila” sull’organizzazione e sul corretto funzionamento dell’ordine giudiziario; esprime pareri su leggi in materia di giustizia. 

Il CSM è composto da 33 membri, di cui due terzi (22) sono magistrati: 2 di diritto, in rappresentanza dei due massimi gradi, e 20 “togati”, eletti dai loro colleghi. L’altro terzo (11) è composto dai c.d. “laici”: ovvero da 10 “non magistrati” (o almeno non più tali) e dal Presidente della Repubblica. Se su un qualsiasi argomento all’ordine del giorno i magistrati avessero una posizione unanime, essi avrebbero sempre la maggioranza – sia assoluta, che qualificata – qualunque fosse il pensiero dei “laici” e del Presidente della Repubblica.  

Determinante per l’elezione di un magistrato al CSM è l’ANM (Associazione Nazionale Magistrati); attraverso le sue principali correnti: Magistratura Indipendente (di tendenza conservatrice e moderata), Magistratura Democratica (di sinistra), Area (trasversale e progressista), Unità per la Costituzione (riformista moderata), Autonomia e Indipendenza (dibatte spesso sugli incarichi e l’autonomia, talvolta in polemica con la maggioranza).

Determinante per tutte le decisioni del CSM l’orientamento dell’ANM e delle sue correnti.

La carriera di ogni magistrato incide sulle sue condizioni di vita, sia in termini economici, che di potere, che di ruolo; non solo professionale, ma anche sociale.

Stefano Rodotà, ai tempi della crisi della prima repubblica, aveva paragonato il favoritismo alla corruzione e l’aveva posti sullo stesso piano; un’endiadi, due sostantivi per esprimere lo stesso concetto; un male endemico della società, non solo italiana.

Era l’epoca in cui vigeva la partitocrazia; i Partiti la facevano da padroni e abusavano di entrambe; i segretari amministrativi o tesorieri finirono sulla gogna e molti di loro in carcere. Alcuni di loro si difesero sostenendo che avevano “agito” nell’interesse esclusivo del Partito. Rodotà spiegò che chi aveva “rubato” per il Partito aveva fatto più danno di chi lo aveva fatto per sé, perché aveva minato le regole della democrazia; e che il denaro non era l’unico metodo corruttivo; le raccomandazioni, il favoritismo, erano una forma di corruzione analoga, se non più grave, di quella del mero denaro; perché destinata a lasciare nella società un segno più a lungo del singolo episodio corruttivo.

La magistratura non colse l’endiadi, ignorò l’analogia per la parte di cui era lei stessa vittima, e si concentrò esclusivamente sul denaro; e tangentopoli fu.

Craxi, in procinto di lasciare il suo ruolo di Segretario del Partito Socialista in vista in un auspicato incarico internazionale, il 3 luglio 1992, si decise a confessare e al contempo denunciare alla Camera il sistema da sempre in atto. Disse: “… e tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su appartati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.”

Antonio Polito ricorderà poi sul “Corriere della Sera” che: “Nessuno si alzò (n.d.r.: ovvero che tutti ammisero che era vero). Ma nessuno ebbe neanche il coraggio di riconoscere che si trattava di un problema politico, da risolvere politicamente. Tutti sperarono che la campana suonasse solo per Craxi.” Non fu così. La prima Repubblica (1946-48/1992-1994) venne travolta e seguì la c.d. seconda. Ma nulla cambiò. Il male, nel suo duplice aspetto della corruzione e del favoritismo, continuò, e continua, imperterrito. A dispetto dello scontro in corso sul tema.

Tornando ai quesiti referendari, sebbene secondo la legge i magistrati dovrebbero avanzare per merito e competenza, indipendentemente dal fatto che siano dell’una o dell’altra corrente dell’ANM, la loro progressione in carriera, viene decisa dal CSM; e di riflesso quindi, per quanto già detto, dall’ANM e dalle sue correnti.

Tra l’1% di cui sopra vi è anche chi è artefice di tutto questo.

Il che non vale assolutamente a dire che anche quell’1% di cui sopra non possa avere dei meriti, o che non ne abbiano tutti magistrati “progrediti in carriera”, ma solo che per progredire in carriera il merito e la competenza da soli non bastano; salvo rare eccezioni. E che si rischia che, come la corruzione all’epoca della prima repubblica era divenuta tanto abituale da essere considerata dai politici inevitabile, così l’assoggettamento al metodo favoritivo correntizio venga considerato dai “magistrati in carriera” altrettanto ineludibile, quasi un baluardo in difesa della categoria. A dispetto della giustizia, della legalità e della meritocrazia.

Venendo al quesito sulla separazione delle carriere è bene ricordare che il problema nasce al tempo del passaggio del sistema giudiziario dal modello inquisitorio a quello accusatorio; e risiede nel timore che, per la comune appartenenza e la conseguente connessione tra la figura inquirente e quella giudicante, possa, nella migliore delle ipotesi, impedire una indipendenza di giudizio, nella peggiore, fare di ogni indagine un’arma.

L’inattuata separazione delle carriere, che a rigor di logica avrebbe dovuto seguire l’introduzione del rito accusatorio, ha prodotto un effetto devastante: l’ANM, mera associazione di diritto privato, ha di fatto occupato un organo costituzionale come il CSM, amministrandolo in modo assoluto e discrezionale. Le decisioni su promozioni, incarichi e trasferimenti – così come la quasi totale assenza di procedimenti disciplinari – non sono avvenute sulla base del merito, ma attraverso accordi e spartizioni tra correnti.

Da quella omissione ne è derivato, per un verso un decadimento, per un altro un’invadenza, della magistratura, che si è riflesso sull’intero Paese, contribuendo a un progressivo degrado del sistema politico che, a partire dagli anni Novanta, è stato fortemente condizionato da azioni giudiziarie, quali sia quelle cui si è fatto cenno sopra, che quelle successive, spesso emerse in prossimità delle elezioni.

Il cambiamento del rito da inquisitorio ad accusatorio avrebbe dovuto comportare immediate riflessioni, che invece sono state accantonate e vengono riprese solo oggi. Nel frattempo è accaduto di tutto. Tra il 1992 e il 1994, l’azione congiunta del “pool” dei pubblici ministeri di Milano (poi imitati da quelli di altre città) e dei direttori dei principali media (giornali, radio e televisioni) – sostenuta dai poteri forti – produsse un vero e proprio terremoto politico ed economico. Politici e imprenditori, piccoli e grandi, cercarono il “nuovo” al grido di “si salvi chi può”. Cinque partiti regolarmente rappresentati in Parlamento sparirono. Le banche italiane vennero riunite in mega istituti di credito partecipati (se non controllati) da realtà estere. L’impresa pubblica venne “privatizzata” e ceduta, spesso a completi sconosciuti. L’Italia, all’epoca riconosciuta come la quarta potenza, finì al 57° posto della graduatoria mondiale. Qualcuno ha definito il fenomeno come rivoluzione, altri come colpo di stato, certamente se il metodo fu diverso, il risultato no: non si videro carri armati o colpi di mano militari, ma attraverso avvisi di garanzia, arresti finalizzati a ottenere confessioni e giudici per le indagini preliminari sostanzialmente allineati con le Procure, ci fu un totale capovolgimento. 

Da questo fenomeno centrale sono derivate tutte le distorsioni successive. Nell’ambito della giustizia il CSM è stato gestito da una magistratura divisa apertamente in correnti di ispirazione politica – destra, centro e sinistra – una contraddizione evidente rispetto al principio di indipendenza e autonomia. In questo contesto già compromesso, si è aggiunta un’ulteriore anomalia: Magistratura Democratica, che a partire dal 1968, si era progressivamente saldata con il PCI, partito caratterizzato da una struttura fortemente centralizzata, ne ha assunto i suoi connotati propri. Ne è derivata la formazione di un vero e proprio “partito dei giudici” interno al partito maggiore. Non sono mancati esempi di magistrati che, dopo aver presieduto per anni le commissioni giustizia di Camera o Senato, rientravano in magistratura per poi tornare nuovamente in Parlamento.

Già la divisione della magistratura in correnti politiche rappresentava una grave incongruenza mai realmente messa in discussione. Su questo terreno si è innestata poi un’ulteriore distorsione, di natura apertamente politica e con riflessi istituzionali, visto che il CSM è presieduto dal Presidente della Repubblica. Pur non essendo sancita formalmente da alcuna norma, si è affermata negli anni una sorta di “costituzione materiale” secondo cui la maggioranza del CSM doveva basarsi sull’alleanza tra Unicost e Magistratura Democratica. Questa intesa è rimasta a lungo un pilastro intoccabile.

La situazione è cambiata quando Luca Palamara, esponente di Unicost e figura centrale nella gestione del potere all’interno di ANM e CSM, ha rotto quell’equilibrio, scegliendo di allearsi con la corrente di destra, Costituzione Indipendente. Da lì si è scatenato il caos. Palamara è stato indagato per un’ipotesi di corruzione (poi rivelatasi infondata) sufficiente ad installare un trojan nel suo telefono e intercettarlo sistematicamente, salve singolari interruzioni quando dialogava con alcune figure apicali. L’impressione che sulle prime se ne ebbe fu che l’intenzione fosse quella di far esplodere l’intero sistema e non di colpire un singolo responsabile: il trojan portò alla luce infatti un meccanismo di gestione del potere che coinvolgeva molti più attori. Non fu così.

Tornano alla mente il caso Craxi, il suo discorso del ’92 e l’endiadi.

La realtà fu che, nonostante quanto sopra, il CSM non venne azzerato e l’unico a pagare fu Palamara che venne espulso sia dalla magistratura, che dall’ANM; che tutto è stato messo a tacere e il sistema è rimasto lo stesso.

Successivamente, l’arrivo al governo del centrodestra – estraneo a quel sistema di potere – e la nomina a ministro della Giustizia di un magistrato liberale, profondo conoscitore delle dinamiche interne, hanno riaperto finalmente il dossier delle riforme rimaste sospese per decenni.

Le resistenze sono state durissime. L’ANM, associazione privata, che si comporta come se fosse la legittima proprietaria del CSM, è scesa in campo apertamente, arrivando persino a convocare il comitato per il “No” al referendum nella sede della Cassazione, con il placet del Primo Presidente.

Entrando nel merito delle argomentazioni dei sostenitori del No, la prima – rilanciata da Gratteri – sostiene che la separazione delle carriere trasformerebbe il pubblico ministero in un “super poliziotto”. Come se, visti i vasti poteri investigativi, il controllo sulla polizia giudiziaria, la gestione delle intercettazioni, degli arresti e delle conferenze stampa congiunte con i vertici delle forze dell’ordine, non lo fosse già. La separazione servirebbe piuttosto a chiarire che l’accusa è una parte processuale, e che le usuali iniziative mediatiche non sono verità anticipate. Inoltre, una carriera distinta favorirebbe la specializzazione e potrebbe ridurre il numero crescente di errori giudiziari.

Un’altra obiezione sostiene che il PM diventerebbe subordinato all’esecutivo. Ma il testo della riforma afferma esattamente il contrario, e lo stesso Falcone – spesso citato impropriamente – aveva chiarito questo punto. Quanto al sorteggio, è bene ricordare che già oggi vengono sorteggiati i giudici popolari e quelli del Tribunale dei Ministri. È paradossale sostenere che magistrati capaci di decidere sulla libertà personale dei cittadini non siano in grado di valutare i propri colleghi.

Questa critica ha senso solo nell’attuale sistema, dominato da poche élite correntizie che gestiscono le nomine attraverso logiche di spartizione. La partita resta comunque aperta: una parte della sinistra, con la CGIL in prima linea, difende un sistema di potere che tra il 1992 e il 1994, venuta meno la divisione del mondo in blocchi contrapposti, era a un passo dal conquistare l’intero potere politico in accordo con i poteri economici.

Fu allora che intervenne il Cavaliere, con le sue televisioni e la sua forza finanziaria, per bloccare quella operazione. Pur con tutte le criticità del conflitto di interessi, il suo ingresso in campo impedì che il potere finisse nelle mani di alcuni pool di magistrati e della nuova classe dirigente post-comunista. Tuttavia, nel lungo periodo, ciò non ha evitato il degrado della politica italiana e della qualità del Parlamento, ridotto spesso a uno scontro permanente e sterile.

Ma questa è un’altra storia. Il tema oggi resta il referendum e la separazione delle carriere.

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