
di Beatrice Laurenzi
La prima edizione de Le città invisibili fu pubblicata nel novembre del 1972 dall’editore Einaudi di Torino.
Si presenta come una serie di relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Kan imperatore dei Tartari. A questo imperatore melanconico, che ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andando in rovina, un viaggiatore visionario racconta di città impossibili: una microscopica che s’allarga s’allarga e risulta costruita di tante città concentriche in espansione; una città-ragnatela sospesa in un abisso; o una città bidimensionale, Moriana. Ogni capitolo del libro è preceduto e seguito da un corsivo in cui Marco Polo e Kublai Kan riflettono e commentano.
Il libro è fatto di capitoli brevi, ognuno dei quali dovrebbe offrire uno spunto di riflessione che vale per ogni città o per la città in generale. Ogni quadro rappresenta un aspetto di essa, grande o piccola che sia, forse irreale, eletta ad esempio di tutte le altre città del mondo. Cosicché mettendo insieme i pezzi del puzzle ne esce LA città così come è stata, com’è e forse come sarà.
«Credo che non sia solo un’idea atemporale di città quello che il libro evoca, ma che vi si svolga, ora implicita ora esplicita, una discussione sulla città moderna.» dice l’autore. «Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come tali. Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di la di tutte le crisi.
Il mio libro s’apre e si chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste in quelle infelici.» L’idea di una Città Migliore viene semplicemente immersa in una diversa idea del tempo, infatti molte di esse in un certo momento raggiungono la perfezione. Tutte le città che Calvino immagina, in infinite forme, nascono invariabilmente dallo scontro tra una città ideale e una città reale.
«Calvino non inventa nulla tanto per inventare: semplicemente si concentra su un’impressione reale e la analizza. È sempre dunque una “base” di sensibilità reale che fornisce materia per i “vertici” poetici e ideologici» commenta Pier Paolo Pasolini. «Adesso egli mi riappare, non solo vero, ma più vero che mai, col suo ultimo libro, che non solo è il suo più bello, ma bello in assoluto.»
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